Il cibo, agli antipodi, non s'ingoia indifferentemente. E dentro i bicchieri, a volte, arrivano sorprese. Un mese a tavola in Australia deposita memoria papillare. E' un gusto ruminare con la memoria? Di certo, credo sia una chiave descrittiva del viaggio.
Premesso che spesso abbiamo mangiato in casa dei nostri ospiti (breakfast e dinner variegatamente europei, para-americani, inevitabilmente australiani) e che una volta ci siamo esibiti ai fornelli con la pasta "al ragù" (pentola troppo piccola, le nostre penne praticamente crude...) - per il resto a tavola è successo un po' di tutto. Assaggiato il canguro, tanto per cominciare. Bistecca, nel senso del filetto. Tre strati nel piatto. Necessariamente sanguinolenti: la cottura prolungata la trasforma in dura suola da scarpe. Sapevo che cosa mangiavo (eravamo in quel ristorante proprio per il canguro), non ho avuto scrupoli o remore. Devo dire che il canguro è buono, anche se ha un netto retrogusto leggermente dolciastro simile alla carne di cavallo. A me sembra più "duro" il gusto del cinghiale. E comunque il piatto valeva la bistecca...
A metà viaggio, invece, mi è venuta la nausea da fish & chips. Non è nelle mie corde gustative. Riconosco che è una soluzione efficace alla fame "turistica". A Manly Beach ho gustato fino in fondo (e non per fame...) la miglior abbinata di pesce e patatine: fritte con cura, senza traccia di olio, croccanti senza additivi, gustosi nell'economia del take away. A Port Macquire ho abbassato la saracinesca mandibolare, stretto i denti, chiuso l'esofago. Una montagna di calamari, seppie, pesce in versione para-industriale con la valanga di patatine surgelate ha fatto scattare la molla del rifiuto.
Sulla sedia "in" davanti al tovagliato ricercato in locali che pretendono riconoscimento, ho progressivamente arretrato la presunzione culinaria italica. A Palm Spring, di fronte al-parco spiaggia ho "scoperto" il vino bianco neozelandese apprezzando il pesce. A Port Stephen, nel locale della cooperativa pescatori mi sono "sparato" due colpi di ostrica shot e un trancio di salmone niente male. A Byron Bay, in una scecie di vagone post-moderno che è il ritorante Olivo, ha preso consistenza la new cousine aussie. Nell'Hunter Valley - in una casa di campagna assai english style - mi sono arreso all'evidenza: da Robert si possono mangiare linguini e gnocchi praticamente italiani, anche se poi il conto lievita.
Pizza e pasta ovunque. Ma di tenore radicalmente diverso dalle nostre. La pizza è spesso all'americana, la pasta più che scotta pre cotta. Agli antipodi, meglio arrangiarsi in casa se non si vuol mettere mano al portafogli nel momento della nostalgia italica. In compenso, caffè (non solo Illy) decisamente intazzato come da noi. Cappuccini bollentissimi dovunque ed in qualunque preparazione. Per di più è stato impossibile spiegare che andava bene anche con metà latte a 2000° e l'altra metà completamente freddo. Al massimo, arrivava il cappuccino da ustione (a volte, anche alle dita...) con un micro bricco di latte freddo. Alla fine, ci è capitato di maturare un ostracismo gastrico nei confronti dei portoghesi. A dir la verità, siamo rimasti appesantiti da una rosticceria paesana con polli di Lisbona (forse) e menu McD australiano. Sta di fatto che nel quartiere portoghese di Sydney ci siamo rifugiati... in pasticceria, piuttosto che sederci in uno dei tanti locali dell'immigrazione lusitana.
Gli australiani bevono birra, come e più degli inglesi. Ma producono ottimo vino. Assaggiate bottiglie prima e dopo il pellegrinaggio nella loro contea vignarola. Meglio i rossi dei bianchi, tendenzialmente. Discutibili ancora gli spuamnti, frizzanti, para-champagne. Ma Verdelho e Cabernet-Merlot da fotografia e archivio, pur essendo io un quantitativo ignorante che non riconosce il profumo di bacche nel sottobosco di sequoie annusando il bicchiere rigorosamente ampolloso. Una giornata di assaggi a raffica ripaga della deviazione: vigne basse, paesaggi notevoli, atmosfera un po' toscana un po' austriacante, sorsi da oltre 13° e produzione "artigianale" misurata.
Il succo d'arancia, invece, si vende anche concentrato. Nel senso che una confezione da supermarket va allungata con due litri d'acqua. Bevuta così, naturalmente incapaci di comprendere lo spirito del marketing familiare australiano, fa un certo effetto. Restando ai liquidi, sciroppo d'acero per le apposite focaccine Usa e soprattutto GINGERBEER che sembra chissàche e si rivela una Schweps con tanto di etichetta uguale alla tonica al gusto di ginger. Fanno impazzire i bambini. Si assaggia (quasi) tutto. C'è di meglio sicuramente. Ma per noi alcolisti la vita in Australia è in salita. Bottiglie tassatissime dal governo. Si vendono negli appositi liquors shop. Vanno nascoste pubblicamente nei sacchetti di carta. Al bancone, cocktail deludenti: Negroni? Mai letto nelle liste. Il Martini nel fichissimo bar sulla marina zeppa di yacht ha l'oliva ma ha annacquato il gin.
Ho sperimentato (non si dice così?) anche il thai, il viet e l'indiano-aussie. Più divertente l'osservazione dei consumi alimentari durante la mega-fiera pasquale nel parco olimpico. Cosce di maiale fritte con la salsa rossa in punta esibite come le mele da luna park. Zucchero filato in pacchi come fosse pop corn. Intorno al rodeo, stravince l'imitazione americana.
Dimenticavo l'antipasto italiano delle 17 aspettando il tramonto all'Opera House. E la "mozzarella" neozelandese che si taglia a fette ma resta lontana parente. In cambio, da Bruno spunta d'improvviso ricotta&pere che almeno è produzione di seconda generazione e conserva l'eco dell'originale campano. Come gli arancini di Dolcini più vicini alla Sicilia che all'imbastardimento indigeno.
A tavola, in Australia si cerca di imitare, importare, frullare l'etnicamente chic (italiano, francese, spagnolo) nel menù che imporrebbe un antipasto minimalista giusto per riattizzare l'appetito, un solo piatto forte di carne o di pesce con verdura, patate e quant'altro già servito, il dessert che può essere formaggio. Mediamente, con 30 dollari ci si nutre bene.