Gerusalemme d’Europa garantiscono i depliant a beneficio dei turisti, che approdano nella vecchia città. E’ pur vero che a mezzogiorno, sulla collina del cimitero ebraico - con le lapidi scalfite dalle granate - si sentono i rintocchi della cattedrale cattolica echeggiare fin dentro il richiamo dei muezzin amplificato dalle cime dei minareti nel cielo sopra Sarajevo. Eppure la suggestione non cancella il ritorno prepotente dell’ammonimento di Enes Durakovič, ministro dell’educazione nel 1993: «Una cosa è sicura. Sarajevo non sarà mai uno zoo del multiculturalismo, dove gli europei verranno ad ammirare tutto quello che hanno contribuito a distruggere».
Oggi, forse, Sarajevo è una città aperta: per quanto alle prese con l’assedio delle missioni internazionali, ormai sempre meno militarizzate e più diplomaticamente votate all’economia. Una città non liberata dalle tante macerie; tuttavia libera di lasciarsi condizionare dalla bussola globale che centrifuga Est e Ovest. Una città futura, magari: capitale sopravvissuta all’ultima guerra del Novecento che rispolvera la mascotte vintage delle Olimpiadi 1984, quasi a voler rivendicare così la propria identità nella «nuova Europa» erede di quella implosa a Sarajevo, all’inizio come alla fine del secolo.
Il cuore di questa stranita, bizzarra, orgogliosa, ironica città sbatte sempre in riva allo stesso fiume Miljacka che riflette il disegno delle colline. Sarajevo però pulsa ormai sempre più fuori dalla vecchia sinagoga-museo e dalla chiesa serbo-ortodossa di san Michele Arcangelo, oltre le botteghe della Baščaršija o il saliscendi intorno alla fabbrica di birra, comunque al di là del simulacro della biblioteca nazionale (incenerire libri è sempre vezzo di spietatezza infame).
In quest’anomalo inverno arido di neve, Sarajevo si scopre davvero insieme al sole che invita ai tavolini dei locali in cui ancora si scandiscono abitudini ottomane, asburgiche, jugoslave o lounge. Città esposta: non teme gli sguardi smaliziati. Se mai, sono gli ospiti di Sarajevo a dover provare vergogna per l’indifferenza di ieri e la sufficienza di oggi. Città di frontiera: l’esodo dal tunnel fu infinita umiliazione; Sarajevo non architetta nulla di underground, perché vuol lasciarsi calpestare da chiunque sappia rispettarla com’è.
Così è sufficiente lasciarsi trasportare dai bus gialli donati dal Giappone oppure dalle vecchie carrozze cecoslovacche della linea 3 del tram (che qui corre fin dal 1884, record europeo a sud di Vienna). Quelle dei treni, invece, sono arrivate dalla Svezia: ha dimesso vent’anni fa i convogli che, due volte al giorno, collegano Sarajevo con Mostar. Ma c’è più gente in fila per un visto di Stoccolma che alle biglietterie delle Ferrovie bosniache.
A piedi, insieme alla marea di gente senza fretta, si attraversa meglio la città dei ponti firmati Goustave Eiffel o Renzo Piano. Sponde da collegare, fin dall’inizio della storia di Sarajevo. Tuttora le cicatrici della guerra sono incise nelle facciate dei palazzi. E’ la periferia a nasconderle meglio, sotto il maquillage dell’edilizia clonata buona per ipermercati, banche e uffici ad ogni latitudine.
Nella città vecchia balza agli occhi quanto promette l’adesivo appiccicato sopra la targa verde in Ulica Masala: You know, Sarajevo has something strange. E’ strano trovare la sede imbandierata della Federazione calcio della Bosnia Ervegovina dietro l’angolo del sarcofago dell’hotel Europa, rifugio da cecchini e mortai. E’ strano l’edificio perfettamente dipinto di ocra a fianco delle impalcature che letteralmente sorreggono l’Accademia delle belle arti, che fu la grande chiesa evangelica. Ma ancor più strano è scoprire che si tratta dell’ambasciata di Serbia.
Fa strano il parco macchine che sfreccia con «guida passionale» lungo Maršala Tita: è lo stesso che ingolfa le nostre città, Touareg compresi. Sarajevo rincorre la normalità anche con le sue Twin Towers in vetrocemento azzurro, a fianco dell’Holiday Inn occupato dall’esercito dei funzionari Ocse.
Diventa strano sentirsi più sicuri in mezzo ai musulmani, ai rom, agli “extracomunitari” che dentro l’occhio impotente della videosorveglianza di casa nostra. Stranamente, ci si abitua in fretta alle ragazze velate con più di un filo di mascara, il cellulare in tasca e lo zainetto griffato. Non è strano che al cinema diano l’ultimo Mel Gibson, nelle bancarelle si vendano gli stessi titoli piratati dell’ultimissima hit parade e le antenne paraboliche offrano bouquet con palinsesti identici agli altri televisori.
Banalmente, Sarajevo 2007 si rivela sorpresa e divertita da un’esplosione di primavera nel calendario fermo a febbraio. Del resto, basta un marco convertibile (50 cent di euro) a togliersi la voglia di dolce, a sorseggiare un caffè alla turca, a sfogliare Oslobodenje, a bersi una birra al City Pub. Gli anziani giocano a scacchi al parco, con tanto di tifo per gli sfidanti che muovono giganti pezzi di plastica. Le donne affollano mercati tradizionali, che ai margini lasciano spazio alle contadine con i prodotti dell’orto o alle regine del contrabbando di sigarette.
E’ strano soltanto non imbattersi nella generazione di mezzo, quella falcidiata all’inizio degli anni Novanta: i nati dal 1960 al 1975 circondano di lapidi il mausoleo di Alja Itzebegovič, ai piedi della fortezza austro-ungarica. Ma cimiteri grandi e piccoli (perfino sotto i cavalcavia), targhe e “monumenti” contrassegnano quasi ogni angolo di Sarajevo. Anche Ulica Gabrjiele Moreno Locatelli, dedicata al pacifista di Como il cui sangue «è entrato nelle crepe di questa storia» con un gesto di disarmata utopia a metà del ponte. Non è strano, a Sarajevo, tornare a interrogarsi sulla beatitudine della pace…
E’ forse la stessa di chi adesso stantuffa sui rollerblade, pedala sulla Mtb, suda sulle Nike da jogging, perfeziona il free climbing. Lungo il “percorso vita”, appena al di là della chiusa idraulica, il fiume alimenta anche due piscine. Luogo di passaggio e passeggio in libertà. Tant’è che anche la scorta di un qualche Vip abbozza un mezzo sorriso, fra una signora che trascina verso casa la legna e la coppia con mastino napoletano e volpino al guinzaglio. Il viale è contrassegnato dalle panchine personalizzate con i nomi degli ambasciatori: l’Italia è rappresentata da Saba D’Elia fin dal 2002. La geopolitica si capisce anche dai nomi incisi a lettere d’oro.
Non serve l’interprete per afferrare il significato delle proteste davanti al parlamento federale. Ci sono le tende degli agricoltori accampati da 600 e passa giorni in difesa dei «prodotti tipici» cancellati dai grandi marchi. Questione di pura sopravvivenza per chi coltiva, alleva e trasforma con il metodo della natura. In un altro angolo, sotto la pioggia, lo striscione e i cartelli di Banja Luka: ogni settimana si replica la manifestazione dei truffati dalle banche slovene. Gente che ha versato risparmi in contanti: volatilizzati per l’effetto delle conversioni monetarie. Denaro che è finito all’estero, trasformato in euro sonanti. Contadini e truffati testimoniano, almeno, ottime ragioni per diffidare del «libero» mercato ad una dimensione.
Sarajevo si difende dall’omologazione. A modo suo, strenuamente. E con la stranezza di vecchi simboli, che tornano buoni perfino per la sua generazione X. Piccole stelle rosse spuntano da borse, cappellini, felpe e tatuaggi. Come più di una kefiah al collo dei ragazzi che frequentano licei e madrasse. Solo piccoli dettagli? Ma la nostalgia di futuro e il bisogno di memoria si abbinano in luoghi-chiave della città. E sempre con l’ombra lunga di Oriente e Occidente proiettati nella stretta attualità. E’ così con il fuoco perpetuo e rosso vivo del monumento ai partigiani liberatori di Sarajevo alla fine della seconda guerra mondiale. Ma nell’angolo opposto brilla con il neon la vetrata propagandistica del centro culturale dell’ambasciata islamica dell’Iran.
La storia si ripete con la statua bronzea di Tito a metà del viale dell’università: non mancano i fiori freschi della Bosnia federata ad un po’ di rimpianto. All’interno, però, le strutture didattiche sono austriache e i grants ai dottorandi arrivano da Londra e dagli States. Le foto tessera degli studenti fanno da cornice al nuovo anno accademico di Scienze della comunicazione: grazie ad Internet ci si forma on line anche a Sarajevo; nell’atrio campeggia uno scatto d’epoca con tanto di didascalia che informa come i «fascisti cetnici» bombardarono le facoltà.
E’ un Ateneo più strano degli altri. A Sarajevo, si può fumare: nei corridoi e magari perfino in aula. Vige una gerarchia dei ruoli impeccabile, quanto la cronometrica diffidenza per i visitatori. Il campetto in cemento con i tabelloni ma senza canestri torna più che utile come parcheggio. E dall’altra parte del filo spinato si legge ancora distintamente la scritta dei militari italiani: ordina «Rifornimento a motore spento».
Al ritorno, è l’arte di Sarajevo che carbura meglio la sfida ad immaginare senza rimuovere. Resta da sfogliare il catalogo della mostra collettiva PRERAĐENO al Collegium Artisticum: cartoncino legato con lo spago e 40 pagine patinate. Con la parodia MisterCard di Kurt&Plasto, la provocatoria foto «Bosnian Girl» di Šejla Kamerič, il poster di Trio con i cinque cerchi olimpici di filo spinato, il vestito toponomastico di Maja Bajević o il gioco da tavolo «ImageNATION» di Andrei Đerković. Nella galleria espositiva, c’è la saletta riservata alla proiezione di un video: una sorta di mini clip, un sintetico musical bosniaco in cui si domanda conto (in inglese) nell’alto dei cieli per la negata appartenenza all’ Europa, in quanto muslim. Che strano: Sarajevo non è più vicina a Bruxelles rispetto a Istanbul?





