martedì, 26 aprile 2005

Qui tutti sono incollati al calcio televisivo. E anch'io devo aspettare la fine della messa cantata di rito catodico per trovare compagnia in pizzeria. Chiusa (malamente) la giornata lavorativa, mi aspetta domani una giornata di riposo che sarà digitazione d'altro genere lontano da Internet. Non c'è molto da descrivere. In compenso, ho letto abbastanza di buono in queste ore. La storia incredibile di Kisch, con il pretesto della mostra che 70 anni dopo ho avuto la fortuna di vedere a Sydney. Il benedetto  che ogni volta ritorna e assaggia problemi, come per l'infinito che tanto insiste fra noi ultimamente:

Vorrei però notare ancora che i moderni peripatetici hanno mal compreso, a mio avviso, una dimostrazione data dai peripatetici antichi per tentare di provare l'esistenza di Dio. La trovo in un certo autore ebreo di nome Rab Ghasdaj, ed ecco come è enunciata. Se esiste una progressione all'infinito delle cause in natura, tutto ciò che esiste sarà l'effetto di una causa. Ora, nessuna cosa che dipenda da una causa esiste in virtù della sua natura. Dunque non esiste nulla in natura alla cui essenza appartenga l'esistere necessariamente. Ma questa conclusione è assurda, dunque la supposizione da cui la si deduce lo è anch'essa. La forza dell'argomento non sta nel fatto che non è di fatto possibile concepire l’infinito, oppure una progressione delle cause all'infinito; ma solamente in questa supposizione, che le cose che non esistono necessariamente per natura non siano determinate a esistere da una cosa che per sua natura necessariamente esiste.

LETTERA XII Rijnsburg, 20 aprile 1663
Al sapientissimo e saggissimo Lodewijk Mayer, dottore in filosofia e medicina

Due fiere davvero particolari in calendario all'inizio e alla fine di maggio. Mi attrae di più questa  anche se capisco l'importanza di quest'altra e se (soprattutto) so bene che non avrò a disposizione "ponteggi" utili così ravvicinati alle lunghe ferie agli antipodi.

Infine, la ricerca della ricetta del latte fritto che non è quella descritta da Montalban nel suo libro di giallo calcistico. In teoria, dovrei scovare e fotocopiare l'originale catalano per il ristorantore in vena di originalità. Potrei girare rapidamente in posta elettronica la variante ligure...

E come se non bastasse l'alta pila di copertine, pagine, carta, capitoli e indici - in quest'ultimo passaggio elettronico sono rimasto fulminato da un titolo inaspettato, curioso e sceneggiato. Mi verrebbe da consigliarlo a scatola chiusa, nonostante l'eccessiva pubblicità che (mi dicono...) ne ha fatto Repubblica. So che il piccolo drappello di grandi lettori esigenti diffida di simili spot. E ancor di più di consigli senza fondamento di occhi che scorrono righe fino all'ultima pagina. Però l'autore mi ha lasciato un segno netto, in una sera romana infilati fra fiaccole e bandiere arcobaleno, come se lui fosse vestito con il camice bianco del film di Moretti e non avesse remore a esporsi in un paio di considerazioni che all'apparenza potevano sembrare battute di spirito. Da allora, non penso più che sia l'uomo della Piovra nè il figlio di una grande figura di provincia. Adesso mi sale la voglia di fare un tuffo nel cuore.

  

postato da: cielinesodo alle ore aprile 26, 2005 22:25 | Permalink | commenti
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lunedì, 25 aprile 2005
PREFAZIONE A "LA PRIMA VOLTA CHE HO VISTO I FASCISTI"

Wu Ming, 24 aprile 2005

Quel che segue è un eterogeneo insieme di testimonianze: pagine di diario,
frammenti, racconti, reminiscenze, visioni febbrili. Testi curati o tenuti
per anni in un cassetto della mente, rovesciati sulla pagina d'istinto, di
getto, senza preoccupazioni di estetica o di stile.
Persone dai diciotto ai sessant'anni ci narrano storie, esperienze
d'infanzia, ustioni e abrasioni della pubertà o della tarda adolescenza,
primi incontri con la violenza, col "fascismo-sostantivo" (il fascismo
storico) o col "fascismo-aggettivo" (epiteto da usare lato sensu), col
"vetero-", col "neo-", col "post-" e col "cripto-"fascismo, col
"microfascismo" quotidiano (insidiosa logica della prevaricazione), col
fascismo trauma personale e familiare, stanza privata dei cimeli e degli
orrori, refolo d'aria viziata.
Variabili e costanti: Roma, Trieste e Latina consueti focolai di fascismo;
l'Emilia-Romagna e la Toscana "rosse"; il liceo, porta-finestra spalancata
sulla vita "là fuori"; manifestazioni, attacchinaggi, "strappinaggi",
cariche di celere, agguati dietro gli angoli; padri, madri, nonni,
bis-nonni, soprattutto nonne, nonne che non vogliono vedere i nipoti
vestiti di nero.
La selezione da parte nostra è stato minima, l'editing quasi esiziale,
l'ordine dei racconti è quello in cui li abbiamo ricevuti. Ve n'è di molto
belli, e di sgraziati. In alcuni di essi non vi è traccia di buon gusto, e
il loro impatto "inelegante" è antidoto al veleno del "nuovo senso comune
post-antifascista".
In luogo del buon gusto, un pugno di piccole, disturbanti verità, una delle
quali è: non c'è "memoria condivisa". La memoria della vittima non è la
stessa del carnefice, e occorre impedire ai carnefici di spacciarsi per
vittime, come da troppo tempo accade: non più torturatori e delatori, bensì
vittime dei partigiani del "triangolo rosso"; non più collaborazionisti e
miliziani, bensì vittime delle "foibe titine"; il Duce e Claretta vittime a
Piazzale Loreto etc.

L'ineleganza di questi testi, a ben vedere, è la stessa di Piazzale Loreto.
Non bisogna distogliere lo sguardo quando si passa di là, perché si tratta
di un memento: per quanto potenti, i tiranni cadono, prima o dopo. Sic
transit.
Memento duro? Certo. Come duro fu il cingolo della "gloria mundi" fascista
sulla cassa toracica di chi venne travolto, come dura è la nascita dei popoli.
Non cadiamo nelle trappole: questo Paese ha cominciato a imbarazzarsi per
Piazzale Loreto piuttosto di recente, col graduale "sdoganamento" del punto
di vista di chi vi fu appeso per i piedi. La condanna di quell'episodio si
è fatta strada da destra, ha attraversato gli schieramenti, e oggi arriva
anche a "sinistra". Si tratta quasi sempre di una condanna che astrae dal
contesto.
Oltre a quello del "sadismo sulle povere spoglie", c'è un altro argomento
magico, introdotto a suo tempo da "terzisti" ante litteram: a infierire sul
corpo del tiranno ci sarebbe stata la stessa gente che l'aveva applaudito
un mese prima. Episodio di "gattopardismo militante", insomma, azione
finalizzata a un lesto riciclaggio sotto le nuove bandiere.
Fanfaluche. Piazzale Loreto fu scelto perché un anno prima, dieci agosto
del '44, vi si era consumato un eccidio di quindici partigiani. I corpi
distrutti dalle raffiche erano rimasti a terra per tutto il giorno per
esser visti dai passanti. Montavano la guardia militi fascisti, a impedire
che chiunque rendesse omaggio, deponesse un fiore, dicesse una preghiera.
Il ventotto agosto del '45, in quel piazzale convennero soprattutto persone
che ricordavano l'oltraggio, e prima e dopo quel giorno avevano subito
lutti, coprifuoco, bombardamenti, retate, propaganda reiterata, esposizioni
di cadaveri di antifascisti.
Di fronte a quel distributore di benzina, la guerra tornava a boomerang a
devastare i corpi di chi i corpi li aveva fatti sorvegliare, rinchiudere,
devastare (Carlo e Nello Rosselli, squartati con decine e decine di
pugnalate), profanare, li aveva spediti in guerra a decine di migliaia, ad
affrontare l'inverno russo con stivali di cartone pressato.
Piazzale Loreto non è solo barbarie, è anche speranza. I potenti cadono, e
più erano saliti in alto, più chiasso fa il tonfo, e più a lungo ne rimane
l'eco nelle orecchie. Ancora oggi se ne sente il riverbero, lo testimoniano
questi racconti.

- Ah, ma continuate a occuparvi di cose di sessant'anni fa, quando passerà
questo passato di ideologie, quando lascerete vivere in pace questa nazione?
Al contrario, noi ci occupiamo del presente. Dell'assalto alla costituzione
formale per portare a termine l'arrembaggio a quella materiale, ai diritti
civili e collettivi, all'eredità positiva di lotte sociali e sindacali che
l'antifascismo l'avevano nella carne e nei nervi.
Negli ultimi trent'anni si è andato creando e imponendo un nuovo senso
comune "anti-antifascista", nutrito di banalizzazioni, minimizzazioni,
luoghi comuni, riscritture storiche, clichés reiterati prima in nicchie di
discorso e poi sul piano generale.
E' in corso una riabilitazione del fascismo che va oltre la contingenza,
oltre l'immediata attualità, oltre la sopravvivenza di questa o quella
compagine di governo. E' un'operazione partita molto prima di B********, e
proseguirà anche dopo.
Certo, solo nel periodo 2001-2005 la RAI poteva mandare in onda la
cerimonia di consegna del premio Almirante.
Solo un governo come quello di B******** poteva pensare di tagliare i fondi
all'ANPI in vista del Sessantennale della Liberazione e, al contempo,
proporre la pensione di guerra a repubblichini e reduci italiani delle SS.
Solo B******** poteva equiparare il confino degli antifascisti a una
"villeggiatura".
Solo nel clima posteriore allo "sdoganamento" del neofascismo si potevano
definire "incidente di percorso" le leggi razziali del '38, e arrivare a
dire che "Almirante salvava gli ebrei".
Solo l'ansia revanscista degli "sdoganati" poteva intitolare vie e piazze
di diverse città a gerarchi e capimanipolo.
Solo nel paesaggio mediale deturpato dagli ecomostri di sottogoverno
potevano affacciarsi sceneggiati televisivi in cui il nazifascismo scompare
del tutto lasciando il posto a generici "italiani".
Tuttavia, questo non è che l'apice di un processo iniziato fin dal
Dopoguerra, movimento  che prima di confluire nel grande fiume
democristiano ebbe come prima, rudimentale espressione politica l'Uomo
Qualunque di Guglielmo Giannini, dopodiché prese forma su certi rotocalchi
popolari a larghissima tiratura, pregni di languori monarchici e nostalgia
piccolo-borghese, laboratori ideologici di un'Italietta che presto si
sarebbe definita "maggioranza silenziosa", ostile al movimento operaio, al
conflitto, al pluralismo, al "culturame" (celebre neologismo scelbiano),
alla stessa Costituzione.
Una parte d'Italia mai stata antifascista, che consumava le opere di
divulgazione pseudo-storica di autori come Montanelli, Cervi, Gervaso,
Petacco, e pian piano creava mito revanscista sulle foibe, sull'esodo
istriano-dalmata, sui regolamenti di conti dell'immediato Dopoguerra, in
attesa di tornare a esprimersi senza pudori né ipocrisie, fuori dal ghetto
del neofascismo (chi c'era rimasto) e fuori dalla ­ mai accettata - cultura
della mediazione, dalla gabbia di ferro dei linguaggi "dorotei", "morotei",
delle "convergenze parallele" etc.
Insomma, siamo molto oltre il "revisionismo storico", di fronte a
un'operazione ideologica a vasto raggio, pluridecennale, vero e proprio
"rastrellamento del pensiero". Questa non è stata soltanto la lunga
premessa culturale della situazione che stiamo vivendo, bensì la base
strutturale, il reale presupposto di tutta la propaganda a seguire. I
partigiani? Tutti comunisti pronti all'insurrezione, e tutti assassini. Nel
'45 hanno preso il potere e lo hanno mantenuto fino alla rivoluzione
democratica del 2001, quando B******** e i suoi alleati han vinto le
elezioni, con l'intento di cambiare la Costituzione "bolscevica" ("che
limita la libertà d'impresa", ipse dixit).
Quest'offensiva non cesserà con l'inevitabile caduta di B*******.
Peccheremmo di "autonomia del politico" se lo credessimo. Il blocco
socio-culturale che ha mandato al potere questi impiastri continuerà a
lottare con la forza di stereotipi e tormentoni.
Purtroppo, nemmeno i "nostri" ambienti (chiamiamoli "radicali", "di
movimento", "di sinistra", you-name-it) sono impermeabili alle riscritture
e banalizzazioni della storia: l'ideologia di cui sopra si fa strada anche
tramite la condanna retroattiva e indiscriminata di ogni uso della forza.
Da questo punto di vista, nel movimento c'è un grande banco di pesci pronto
ad abboccare su questioni come le foibe etc. etc.
Nella notte in cui tutti i combattenti sono vacche e tutte le vacche sono
nere, un attore d'avanspettacolo qualunquistico, fresco reduce dei "fasti"
d'uno sceneggiato televisivo cripto-fascista, può essere invitato al
congresso di un partito della sinistra a leggere lettere dei condannati a
morte della Resistenza. Accostamento osceno, ma tout se tient, e tutto fa
brodazza.
"In Italia più ancora che altrove, un'idea *penitenziale* del Novecento ha
espunto dal discorso pubblico sul secolo scorso ogni considerazione
valoriale, facendo tutto rientrare dentro il buco nero della nozione di
carneficina [...] Per una sorta di malintesa ricompensa postuma, i più vari
profili di morti ammazzati del Novecento... sono stati riuniti in un unico,
smisurato, pletorico limbo di vittime: milioni di uomini e di donne
colpevoli soltanto del peccato originale di essere nati in un secolo di
ferro" (Sergio Luzzatto, *La crisi dell'antifascismo*, Einaudi, Torino 2004).

Il lavoro finale della narrazione collettiva si può scaricare qui (354 kb formato pdf)
postato da: cielinesodo alle ore aprile 25, 2005 14:08 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 24 aprile 2005

Come succede, i buoni propositi diventano pessime traduzioni. Stamattina ho lasciato il letto quasi a mezzogiorno. Nessuna voglia di leggere, se non i titoli del giorno prima dalla mazzetta di quotidiani e settimanali da sfogliare. Solo il cazzeggio di Guia ammetto che con me fa come il cemento: prosa giornalistica originalmente a presa rapida. Dal caffè al pranzo alla Formula1 (solo la partenza...) alla doccia alla passeggiata verso il lavoro è stato praticamente tutt'uno. Così la pila è rimasta sul comodino, le buone intenzioni accantonate fino a stanotte. Tuttavia, ho inforcato gli occhiali per sfogliare l'ultima produzione della mia vecchia passione: racconti in traduzione. E ho subito capito che la lettura sarà calamitata da queste nuove pagine, che la ragione della mia vita caldeggia al termine del setacciamento analitico. (Fra parentesi, è convinta si tratti di bozzetti, spunti, idee "ridotti" a racconti brevi ma che in origine potevano rappresentare microtrame di ben altro spessore).

postato da: cielinesodo alle ore aprile 24, 2005 22:51 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 23 aprile 2005
Non ce la faccio a non esultare per la "scomparsa" del ministro SIRCHIAPONE. Perfino, di fronte alla nomina di un post fascista al suo posto. Da fumatore impenitente, sono proprio felice che il dicastero della salute sia andato... in fumo con buona pace dell'ex ministro.
postato da: cielinesodo alle ore aprile 23, 2005 18:22 | Permalink | commenti
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sabato, 23 aprile 2005
Lungo week end di lavoro. Con il raffreddone, il catarro, l'orecchio sinistro che fischia, gli occhi lucidi come da eterna commozione. A casa, una pila di libri da concludere, leggere, sfogliare, sbriciare e (forse) perfino soppesare. Occhiali vecchi, progressivamente inadatti a sorreggere lo scorrimento lineare delle parole inchiostrate in pagina. In cima alla pila, l'ultima produzione "fuori collana" di Erri che ho assaggiato troppo in velocità nella sala d'aspetto del poliambulatorio. Poi per tener fede agli anniversari c'è l'antologia resistente di Fernandel: ruminato Lucarelli e Caliceti, mentre la febbre scendeva; restano gli altri da saltabeccare. Il romanzo numero 13 di Amélie, che è l'idolo della signora G (una del ramo...): attualmente in lettura altrove, forse rientra nelle prossime 48 ore. Per posta, impacchettato con la carta marroncina appositamente ereditata dalla tradizione, è arrivato questo che sembra curiosamente appetibile. Dal dopo Australia, è rimasto in sospeso invece un giallo e dalla libreria di casa sono scesi un paio di altri titoli che ora non ricordo. E un manoscritto d'autore che colpevolmente detengo senza decidermi a leggere. Basta ad arrivare al 26 aprile?
postato da: cielinesodo alle ore aprile 23, 2005 16:13 | Permalink | commenti
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giovedì, 21 aprile 2005

Ancora cieli diversi dal solito nell'ultimo, lungo week end. Cominciato con oltre un'ora di ritardo in pista, ad Amsterdam, tutti imbarcati a guardare fuori dal finestrino l' "elettricista" della KLM alle prese con l'ala destra e una lampadina anomala... E finito a letto con il termometro da allarme rosso, dopo che l'orecchio (sinistro) mi era scoppiato in testa durante la prima tratta di ritorno a casa.

Un'altra città d'acqua. Agli antipodi di Sydney, ma sempre con questo elemento visivo fra terra e cielo. I primi due giorni, di mattina, sono andato in giro senza mèta e senza cartina. Così come se fosse la mia città da scoprire in mezzo a chi ci vive, ci lavora, ci abita. Stoccolma, almeno per me, si associa immediatamente ad alcune "idee chiare e distinte". Il silenzio. Soprattutto nelle isole storiche, ma perfino nei locali e nei mezzi di trasporto. I ragazzi padre: mai visto tante carrozzine spinte da uomini nei parchi, per strada, nei centri commerciali. Ecco, bambini: tanti, piccoli, biondi (ma non solo), senza tanti italici mammismi. E un traffico diverso, non so come spiegarmi bene. Un traffico di gente, non di mezzi. Mobilmente teso all'essenza, non incolonnato verso il centro del nulla. Biciclette e piste ciclabili, isole pedonali, tram e metro, intercity ed Eurostar da turismo, bus o taxi a prezzi "in lire". Per le auto, invece, una specie di spirale a gimkana che allunga i percorsi eppure diluisce sempre bene il flusso. Infine, natura più che storia: vento, prati, mare, sole del nord, fiori, luna baltica, notte nera e pioggia sottile come nevischio.

Culturalmente, mi è rimasto impresso questo dove al quinto piano ho visto una mostra fotografica decisamente originale rispetto alle nostre immagini. C'è da non perdersi l'appuntamento artistico dell'anno al museo. Uno strano incrocio fra parco, zoo e ecoricostruzione indigena.

E adesso buonanotte

postato da: cielinesodo alle ore aprile 21, 2005 23:52 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 21 aprile 2005

Devo scusarmi? Sono tornato da Stockholm domenica sera con 37.8° e fino a ieri ero, più o meno, stordito. Oggi il lavoro incombe e farò Cenerentolo...

Aggiornerò 'sto blog nei prossimi giorni. Per le (poche) foto svedesi servirà ancora più tempo e comunque l'indispensabile collaborazione degli informatici di professione...

postato da: cielinesodo alle ore aprile 21, 2005 13:12 | Permalink | commenti
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martedì, 12 aprile 2005
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AUSTRALIA 6

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AUSTRALIA 7

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AUSTRALIA 8

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AUSTRALIA 9

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AUSTRALIA 10
postato da: cielinesodo alle ore aprile 12, 2005 19:40 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 11 aprile 2005
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AUSTRALIA 1

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AUSTRALIA 2

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AUSTRALIA 3

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AUSTRALIA 4

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AUSTRALIA 5
postato da: cielinesodo alle ore aprile 11, 2005 22:38 | Permalink | commenti (2)
categoria:australia
lunedì, 11 aprile 2005

Il cibo, agli antipodi, non s'ingoia indifferentemente. E dentro i bicchieri, a volte, arrivano sorprese. Un mese a tavola in Australia deposita memoria papillare. E' un gusto ruminare con la memoria? Di certo, credo sia una chiave descrittiva del viaggio.

Premesso che spesso abbiamo mangiato in casa dei nostri ospiti (breakfast e dinner variegatamente europei, para-americani, inevitabilmente australiani) e che una volta ci siamo esibiti ai fornelli con la pasta "al ragù" (pentola troppo piccola, le nostre penne praticamente crude...) - per il resto a tavola è successo un po' di tutto. Assaggiato il canguro, tanto per cominciare. Bistecca, nel senso del filetto. Tre strati nel piatto. Necessariamente sanguinolenti: la cottura prolungata la trasforma in dura suola da scarpe. Sapevo che cosa mangiavo (eravamo in quel ristorante proprio per il canguro), non ho avuto scrupoli o remore. Devo dire che il canguro è buono, anche se ha un netto retrogusto leggermente dolciastro simile alla carne di cavallo. A me sembra più "duro" il gusto del cinghiale. E comunque il piatto valeva la bistecca...

A metà viaggio, invece, mi è venuta la nausea da fish & chips. Non è nelle mie corde gustative. Riconosco che è una soluzione efficace alla fame "turistica". A Manly Beach ho gustato fino in fondo (e non per fame...) la miglior abbinata di pesce e patatine: fritte con cura, senza traccia di olio, croccanti senza additivi, gustosi nell'economia del take away. A Port Macquire ho abbassato la saracinesca mandibolare, stretto i denti, chiuso l'esofago. Una montagna di calamari, seppie, pesce in versione para-industriale con la valanga di patatine surgelate ha fatto scattare la molla del rifiuto.

Sulla sedia "in" davanti al tovagliato ricercato in locali che pretendono riconoscimento, ho progressivamente arretrato la presunzione culinaria italica. A  Palm Spring, di fronte al-parco spiaggia ho "scoperto" il vino bianco neozelandese apprezzando il pesce. A Port Stephen, nel locale della cooperativa pescatori mi sono "sparato" due colpi di ostrica shot e un trancio di salmone niente male. A Byron Bay, in una scecie di vagone post-moderno che è il ritorante Olivo, ha preso consistenza la new cousine aussie. Nell'Hunter Valley - in una casa di campagna assai english style - mi sono arreso all'evidenza: da Robert si possono mangiare linguini e gnocchi praticamente italiani, anche se poi il conto lievita.

Pizza e pasta ovunque. Ma di tenore radicalmente diverso dalle nostre. La pizza è spesso all'americana, la pasta più che scotta pre cotta. Agli antipodi, meglio arrangiarsi in casa se non si vuol mettere mano al portafogli nel momento della nostalgia italica. In compenso, caffè (non solo Illy) decisamente intazzato come da noi. Cappuccini bollentissimi dovunque ed in qualunque preparazione. Per di più è stato impossibile spiegare che andava bene anche con metà latte a 2000° e l'altra metà completamente freddo. Al massimo, arrivava il cappuccino da ustione (a volte, anche alle dita...) con un micro bricco di latte freddo. Alla fine, ci è capitato di maturare un ostracismo gastrico nei confronti dei portoghesi. A dir la verità, siamo rimasti appesantiti da una rosticceria paesana con polli di Lisbona (forse) e menu McD australiano. Sta di fatto che nel quartiere portoghese di Sydney ci siamo rifugiati... in pasticceria, piuttosto che sederci in uno dei tanti locali dell'immigrazione lusitana.

Gli australiani bevono birra, come e più degli inglesi. Ma producono ottimo vino. Assaggiate bottiglie prima e dopo il pellegrinaggio nella loro contea vignarola. Meglio i rossi dei bianchi, tendenzialmente. Discutibili ancora gli spuamnti, frizzanti, para-champagne. Ma Verdelho e Cabernet-Merlot da fotografia e archivio, pur essendo io un quantitativo ignorante che non riconosce il profumo di bacche nel sottobosco di sequoie annusando il bicchiere rigorosamente ampolloso. Una giornata di assaggi a raffica ripaga della deviazione: vigne basse, paesaggi notevoli, atmosfera un po' toscana un po' austriacante, sorsi da oltre 13° e produzione "artigianale" misurata.

Il succo d'arancia, invece, si vende anche concentrato. Nel senso che una confezione da supermarket va allungata con due litri d'acqua. Bevuta così, naturalmente incapaci di comprendere lo spirito del marketing familiare australiano, fa un certo effetto. Restando ai liquidi, sciroppo d'acero per le apposite focaccine Usa e soprattutto GINGERBEER che sembra chissàche e si rivela una Schweps con tanto di etichetta uguale alla tonica al gusto di ginger. Fanno impazzire i bambini. Si assaggia (quasi) tutto. C'è di meglio sicuramente. Ma per noi alcolisti la vita in Australia è in salita. Bottiglie tassatissime dal governo. Si vendono negli appositi liquors shop. Vanno nascoste pubblicamente nei sacchetti di carta. Al bancone, cocktail deludenti: Negroni? Mai letto nelle liste. Il Martini nel fichissimo bar sulla marina zeppa di yacht ha l'oliva ma ha annacquato il gin. 

Ho sperimentato (non si dice così?) anche il thai, il viet e l'indiano-aussie. Più divertente l'osservazione dei consumi alimentari durante la mega-fiera pasquale nel parco olimpico. Cosce di maiale fritte con la salsa rossa in punta esibite come le mele da luna park. Zucchero filato in pacchi come fosse pop corn. Intorno al rodeo, stravince l'imitazione americana.

Dimenticavo l'antipasto italiano delle 17 aspettando il tramonto all'Opera House. E la "mozzarella" neozelandese che si taglia a fette ma resta lontana parente. In cambio, da Bruno spunta d'improvviso ricotta&pere che almeno è produzione di seconda generazione e conserva l'eco dell'originale campano. Come gli arancini di Dolcini più vicini alla Sicilia che all'imbastardimento indigeno.

A tavola, in Australia si cerca di imitare, importare, frullare l'etnicamente chic (italiano, francese, spagnolo) nel menù che imporrebbe un antipasto minimalista giusto per riattizzare l'appetito, un solo piatto forte di carne o di pesce con verdura, patate e quant'altro già servito, il dessert che può essere formaggio. Mediamente, con 30 dollari ci si nutre bene.

postato da: cielinesodo alle ore aprile 11, 2005 13:58 | Permalink | commenti (2)
categoria:australia, cieliextra