PREFAZIONE A "LA PRIMA VOLTA CHE HO VISTO I FASCISTI"
Wu Ming, 24 aprile 2005
Quel che segue è un eterogeneo insieme di testimonianze: pagine di diario,
frammenti, racconti, reminiscenze, visioni febbrili. Testi curati o tenuti
per anni in un cassetto della mente, rovesciati sulla pagina d'istinto, di
getto, senza preoccupazioni di estetica o di stile.
Persone dai diciotto ai sessant'anni ci narrano storie, esperienze
d'infanzia, ustioni e abrasioni della pubertà o della tarda adolescenza,
primi incontri con la violenza, col "fascismo-sostantivo" (il fascismo
storico) o col "fascismo-aggettivo" (epiteto da usare lato sensu), col
"vetero-", col "neo-", col "post-" e col "cripto-"fascismo, col
"microfascismo" quotidiano (insidiosa logica della prevaricazione), col
fascismo trauma personale e familiare, stanza privata dei cimeli e degli
orrori, refolo d'aria viziata.
Variabili e costanti: Roma, Trieste e Latina consueti focolai di fascismo;
l'Emilia-Romagna e la Toscana "rosse"; il liceo, porta-finestra spalancata
sulla vita "là fuori"; manifestazioni, attacchinaggi, "strappinaggi",
cariche di celere, agguati dietro gli angoli; padri, madri, nonni,
bis-nonni, soprattutto nonne, nonne che non vogliono vedere i nipoti
vestiti di nero.
La selezione da parte nostra è stato minima, l'editing quasi esiziale,
l'ordine dei racconti è quello in cui li abbiamo ricevuti. Ve n'è di molto
belli, e di sgraziati. In alcuni di essi non vi è traccia di buon gusto, e
il loro impatto "inelegante" è antidoto al veleno del "nuovo senso comune
post-antifascista".
In luogo del buon gusto, un pugno di piccole, disturbanti verità, una delle
quali è: non c'è "memoria condivisa". La memoria della vittima non è la
stessa del carnefice, e occorre impedire ai carnefici di spacciarsi per
vittime, come da troppo tempo accade: non più torturatori e delatori, bensì
vittime dei partigiani del "triangolo rosso"; non più collaborazionisti e
miliziani, bensì vittime delle "foibe titine"; il Duce e Claretta vittime a
Piazzale Loreto etc.
L'ineleganza di questi testi, a ben vedere, è la stessa di Piazzale Loreto.
Non bisogna distogliere lo sguardo quando si passa di là, perché si tratta
di un memento: per quanto potenti, i tiranni cadono, prima o dopo. Sic
transit.
Memento duro? Certo. Come duro fu il cingolo della "gloria mundi" fascista
sulla cassa toracica di chi venne travolto, come dura è la nascita dei popoli.
Non cadiamo nelle trappole: questo Paese ha cominciato a imbarazzarsi per
Piazzale Loreto piuttosto di recente, col graduale "sdoganamento" del punto
di vista di chi vi fu appeso per i piedi. La condanna di quell'episodio si
è fatta strada da destra, ha attraversato gli schieramenti, e oggi arriva
anche a "sinistra". Si tratta quasi sempre di una condanna che astrae dal
contesto.
Oltre a quello del "sadismo sulle povere spoglie", c'è un altro argomento
magico, introdotto a suo tempo da "terzisti" ante litteram: a infierire sul
corpo del tiranno ci sarebbe stata la stessa gente che l'aveva applaudito
un mese prima. Episodio di "gattopardismo militante", insomma, azione
finalizzata a un lesto riciclaggio sotto le nuove bandiere.
Fanfaluche. Piazzale Loreto fu scelto perché un anno prima, dieci agosto
del '44, vi si era consumato un eccidio di quindici partigiani. I corpi
distrutti dalle raffiche erano rimasti a terra per tutto il giorno per
esser visti dai passanti. Montavano la guardia militi fascisti, a impedire
che chiunque rendesse omaggio, deponesse un fiore, dicesse una preghiera.
Il ventotto agosto del '45, in quel piazzale convennero soprattutto persone
che ricordavano l'oltraggio, e prima e dopo quel giorno avevano subito
lutti, coprifuoco, bombardamenti, retate, propaganda reiterata, esposizioni
di cadaveri di antifascisti.
Di fronte a quel distributore di benzina, la guerra tornava a boomerang a
devastare i corpi di chi i corpi li aveva fatti sorvegliare, rinchiudere,
devastare (Carlo e Nello Rosselli, squartati con decine e decine di
pugnalate), profanare, li aveva spediti in guerra a decine di migliaia, ad
affrontare l'inverno russo con stivali di cartone pressato.
Piazzale Loreto non è solo barbarie, è anche speranza. I potenti cadono, e
più erano saliti in alto, più chiasso fa il tonfo, e più a lungo ne rimane
l'eco nelle orecchie. Ancora oggi se ne sente il riverbero, lo testimoniano
questi racconti.
- Ah, ma continuate a occuparvi di cose di sessant'anni fa, quando passerà
questo passato di ideologie, quando lascerete vivere in pace questa nazione?
Al contrario, noi ci occupiamo del presente. Dell'assalto alla costituzione
formale per portare a termine l'arrembaggio a quella materiale, ai diritti
civili e collettivi, all'eredità positiva di lotte sociali e sindacali che
l'antifascismo l'avevano nella carne e nei nervi.
Negli ultimi trent'anni si è andato creando e imponendo un nuovo senso
comune "anti-antifascista", nutrito di banalizzazioni, minimizzazioni,
luoghi comuni, riscritture storiche, clichés reiterati prima in nicchie di
discorso e poi sul piano generale.
E' in corso una riabilitazione del fascismo che va oltre la contingenza,
oltre l'immediata attualità, oltre la sopravvivenza di questa o quella
compagine di governo. E' un'operazione partita molto prima di B********, e
proseguirà anche dopo.
Certo, solo nel periodo 2001-2005 la RAI poteva mandare in onda la
cerimonia di consegna del premio Almirante.
Solo un governo come quello di B******** poteva pensare di tagliare i fondi
all'ANPI in vista del Sessantennale della Liberazione e, al contempo,
proporre la pensione di guerra a repubblichini e reduci italiani delle SS.
Solo B******** poteva equiparare il confino degli antifascisti a una
"villeggiatura".
Solo nel clima posteriore allo "sdoganamento" del neofascismo si potevano
definire "incidente di percorso" le leggi razziali del '38, e arrivare a
dire che "Almirante salvava gli ebrei".
Solo l'ansia revanscista degli "sdoganati" poteva intitolare vie e piazze
di diverse città a gerarchi e capimanipolo.
Solo nel paesaggio mediale deturpato dagli ecomostri di sottogoverno
potevano affacciarsi sceneggiati televisivi in cui il nazifascismo scompare
del tutto lasciando il posto a generici "italiani".
Tuttavia, questo non è che l'apice di un processo iniziato fin dal
Dopoguerra, movimento che prima di confluire nel grande fiume
democristiano ebbe come prima, rudimentale espressione politica l'Uomo
Qualunque di Guglielmo Giannini, dopodiché prese forma su certi rotocalchi
popolari a larghissima tiratura, pregni di languori monarchici e nostalgia
piccolo-borghese, laboratori ideologici di un'Italietta che presto si
sarebbe definita "maggioranza silenziosa", ostile al movimento operaio, al
conflitto, al pluralismo, al "culturame" (celebre neologismo scelbiano),
alla stessa Costituzione.
Una parte d'Italia mai stata antifascista, che consumava le opere di
divulgazione pseudo-storica di autori come Montanelli, Cervi, Gervaso,
Petacco, e pian piano creava mito revanscista sulle foibe, sull'esodo
istriano-dalmata, sui regolamenti di conti dell'immediato Dopoguerra, in
attesa di tornare a esprimersi senza pudori né ipocrisie, fuori dal ghetto
del neofascismo (chi c'era rimasto) e fuori dalla mai accettata - cultura
della mediazione, dalla gabbia di ferro dei linguaggi "dorotei", "morotei",
delle "convergenze parallele" etc.
Insomma, siamo molto oltre il "revisionismo storico", di fronte a
un'operazione ideologica a vasto raggio, pluridecennale, vero e proprio
"rastrellamento del pensiero". Questa non è stata soltanto la lunga
premessa culturale della situazione che stiamo vivendo, bensì la base
strutturale, il reale presupposto di tutta la propaganda a seguire. I
partigiani? Tutti comunisti pronti all'insurrezione, e tutti assassini. Nel
'45 hanno preso il potere e lo hanno mantenuto fino alla rivoluzione
democratica del 2001, quando B******** e i suoi alleati han vinto le
elezioni, con l'intento di cambiare la Costituzione "bolscevica" ("che
limita la libertà d'impresa", ipse dixit).
Quest'offensiva non cesserà con l'inevitabile caduta di B*******.
Peccheremmo di "autonomia del politico" se lo credessimo. Il blocco
socio-culturale che ha mandato al potere questi impiastri continuerà a
lottare con la forza di stereotipi e tormentoni.
Purtroppo, nemmeno i "nostri" ambienti (chiamiamoli "radicali", "di
movimento", "di sinistra", you-name-it) sono impermeabili alle riscritture
e banalizzazioni della storia: l'ideologia di cui sopra si fa strada anche
tramite la condanna retroattiva e indiscriminata di ogni uso della forza.
Da questo punto di vista, nel movimento c'è un grande banco di pesci pronto
ad abboccare su questioni come le foibe etc. etc.
Nella notte in cui tutti i combattenti sono vacche e tutte le vacche sono
nere, un attore d'avanspettacolo qualunquistico, fresco reduce dei "fasti"
d'uno sceneggiato televisivo cripto-fascista, può essere invitato al
congresso di un partito della sinistra a leggere lettere dei condannati a
morte della Resistenza. Accostamento osceno, ma tout se tient, e tutto fa
brodazza.
"In Italia più ancora che altrove, un'idea *penitenziale* del Novecento ha
espunto dal discorso pubblico sul secolo scorso ogni considerazione
valoriale, facendo tutto rientrare dentro il buco nero della nozione di
carneficina [...] Per una sorta di malintesa ricompensa postuma, i più vari
profili di morti ammazzati del Novecento... sono stati riuniti in un unico,
smisurato, pletorico limbo di vittime: milioni di uomini e di donne
colpevoli soltanto del peccato originale di essere nati in un secolo di
ferro" (Sergio Luzzatto, *La crisi dell'antifascismo*, Einaudi, Torino 2004).
Il lavoro finale della narrazione collettiva si può scaricare qui (354 kb formato pdf)