VERONELLI: IL TESTAMENTO CHE HA AFFIDATO A 'CARTA'
SUL SETTIMANALE L'ADDIO DELL'ENOGASTRONOMO
"Entro in clinica oggi pomeriggio per un'operazione da cui, di solito, non si esce. Per la prima volta ho la gioia di essere stato il vostro Maestro". Così Luigi Veronelli, morto ieri sera, si è congedato dai suoi giovani lettori nel numero di ottobre di Carta. Un settimanale al quale ha collaborato fino alla morte e dove per tre anni, assieme a Pablo Echaurren, Veronelli ha tenuto la rubrica dal titolo Le parole della terra.
Il pezzo, anzi il "testamento", - come lo ha definito lui stesso e come lo ha ricordato Fausto Bertinotti nel suo commento di ieri alla scomparsa dell'enogastronomo - si intitola "Santo Stefano" ed è dedicato all'omonimo isolotto, a lungo prigione per ergastolani e oppositori politici.
Con il suo stile di sempre, Veronelli, ripercorre le celle della prigione e quella, in particolare, dove fu rinchiuso un anarchico a lui caro, Gaetano Bresci che attentò alla vita di Umberto I, colpevole di aver permesso al generale Bava Beccaris di aver represso nel sangue i moti di Milano di fine Ottocento.
E di fronte alle parole iscritte a mo' di avvertimento all'ingresso del cimitero Qui finisce la giustizia degli uomini. Qui comincia quella di Dio, Veronelli replica: L'anima è il rispetto dell'altro. La giustizia di Dio una palla.
"Quella degli uomini - aggiunge - dovrebbe perseguire i criminali tipo Bush e Bin Laden. Dovrebbe colpire tutti coloro che schiavizzano l'umanità per diventare, giorno via giorno, più ricchi".






