giovedì, 30 settembre 2004

VENEZIA

Da un mare all'altro. Da un cielo all'altro. Pronto (quasi) allo sbarco in laguna...

postato da: cielinesodo alle ore settembre 30, 2004 13:52 | Permalink | commenti
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martedì, 28 settembre 2004

CIELI DI LIGURIA

Connessione traballante, ci riprovo..

Non so se questo trabiccolo di Pc e questa rete bellerina permettono di riprodurre il "post" abortito qualche minuto fa. Comunque, sono fra Genova e il Ponente con cieili estivi e temperature conseguenti. Fino ad oggi, quando invece nuvole (bianche) arabescano l'orizzonte ed eclissano spesso il sole.

(forse aggiornando il post ogni 30" ce la faccio)

Genova "capitale d'Europa" è decisamente meglio della città G8. Il programma odierino - esaurita la lettura, compreso il libro diario 1973-2003 di Paolo Hutter sul Chile - prevede ancora l'esodo ferrioviario. Mèta il porto ridisegnato da Piano e poi, forse, una cena di pesce con un'ospite diventata "importante" in città (se la sua agenda lo permetterà, sarà una piccola rimpatriata).

Domani pomeriggio si riparte. L'esodo promette altri cieli d'acqua. Lagunari, dall'altra parte della pianura. A Venezia, in cerca di storie di marinai e di fotografie d'autore. Conto di poter scrivere prima in modo meno aborracciato e più stabile.

CARTOLINA 1: Sul molo attracca il super mega yacht con bandiera olandese. Dicono appartenga alla famiglia regnante che ha fatto sbarcare la Rolls Royce che in mattinata campeggiava sul terzo ponte. L'intero equipaggio durante la manovra continua a pulire forsennatamente tutto. Incredibile, ma vero. La villa galleggiante si chiama Utopia

CARTOLINA 2: Il regionale Genova-Savona consente di vedere i "posti davanti al mare" ma anche la faccia dei genovesi. Bisognerebbe scrivere un trattato sull'utilizzo dei mezzi pubblici alla luce della composizione sociale. Soprattutto dopo le 21, anche i treni come i bus sono sempre più popolati da immigrati.

CARTOLINA 3: Nell'epoca della comunicazione globale, succede ancora che nelle stanze d'albergo le prese (telefono, elettricità) siano assolutamente incompatibili con l'utilizzo dei computer.

CARTOLINA 4: Ho visto Serse Cosmi far benzina ad un dsitributore Esso. Ha una Bmw grigio metallizzata, una moglie (credo) bionda. Ma sembra davvero la sua imitazione televisiva, con tanto di cappellino in testae sguardo sbarrato

postato da: cielinesodo alle ore settembre 28, 2004 14:48 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 24 settembre 2004

LO SGUARDO DEL FILOSOFO E LA FORZA DEL PENSIERO

Umberto Curi risponde così...

Umberto Curi, ordinario di Storia della filosofi al recente Festival di Modena, Carpi e Sassuolo ha tenuto una "lezione magistrale" incentrata su La forza dello sguardo (Bollati Boringhieri, 248 pagine e 22 illustrazioni fuor testo, 25 euro). Fra l'altro, ha "inaugurato" la via filosofica alla critica cinematografica con Lo schermo del pensiero, Raffaello Cortina 2000 e Ombre delle idee. Filosofia del cinema. Pendragon 2002.

(Questa è un'intervista copyleft, un po' filosofica e un po' politica. Potrebbe rispuntare in versione cartacea nei prossimi giorni. Mi permetto di offrirla in versione blog....)

"La superiorità della vista è uno dei tratti più persistenti della cultura occidentale. Nel mondo greco classico, il privilegiamento della vista risulta immediatamente dalla sostanziale identità fra i termini che designano forme e contenuti del vedere e del conoscere. Dalla radice greca e con la mediazione della lingua latina, quest’uso sopravvive nel moderno: ciò che è originariamente pertinente alla visione diventa ben presto requisito della conoscenza. Chiarezza, perspicuità, evidenza, illuminazione. Ecco la forza straordinaria dello sguardo che rinvia direttamente all’intreccio vedere-potere. Con una costitutiva ambivalenza nell’esercizio filosofico della vista, che conferisce e insieme sottrae, definisce gerarchie che nel contempo sovverte".

Al centro dell’ultimo saggio, la mitologia classica. Ma si sondano insieme i luoghi simbolici della modernità. Cosa aiutano ad intravedere, non solo dal punto di vista filosofico?

Alla base di questo libro, c’è la convinzione che l’attività del guardare (una volta sottratta alla banalità dell’abitudine) sia tutt’altro che pacifica. Anzi, si rivela depositaria di una forza perfino invincibile. Analizzo e discuto l’enigmatica figura della Medusa. Ma invito a riflettere su quello che racconta la storia di Gige, il pastore che diventa re grazie all’invisibilità garantita da un anello magico. La possibilità di vedere, soprattutto se combinata con la capacità di esser sottratti allo sguardo altrui, può garantire un potere pressocché illimitato. D’altro canto, due suggestioni moderne schiudono lo stesso orizzonte. Il Panopticon escogitato sul finire del 700 da Jeremy Bentham e 1984 di Orwell. Un edificio e un romanzo. Il primo a forma circolare con una torre al centro nelle cui celle potrebbero essere rinchiuse centinaia di persone, assoggettate dal controllo di un solo sorvegliante. Orwell, invece, non va confuso con i reality show: il suo Big Brother è un Fratello Maggiore che esercita il dominio incontrastato proprio perché è in grado di vedere sempre tutti dovunque.

La filosofia rinvia così direttamente alla politica…

Effettivamente, l’ideale che sta alla base del concetto stesso di democrazia è quello della perfetta trasparenza. Ma rappresenta anche un pericolo, se la piena visibilità di ogni azione è contemporaneamente la condizione per la perdita della propria autonomia e libertà. Dall’11 settembre è in corso una guerra, meno clamorosa e meno evidente di quella combattuta in Iraq, ma non per questo meno carica di insidie. Una guerra di parole, peculiare forma bellica dello "scontro di civiltà" che impone divieti ferrei e prescrizioni inviolabili. Ogni distinzione, tentativo di argomentare, sforzo di ragionare viene subito bollato con gli epiteti più infamanti. Se si ha paura nel solo pensare qualcosa che si discosti dalle verità ufficiali, allora la democrazia è fortemente minacciata. Di fatto, da tre anni siamo tutti meno liberi. Non solo per la minaccia esterna del terrorismo, ma anche perché all’interno si vanno restringendo giorno per giorno gli spazi della libertà di pensiero ed espressione che sono alla base della convivenza autenticamente democratica.

Torna l’idea del nemico, quella che arruola tutti perché bisogna esclusivamente far fronte comune. La guerra devasta anche il pensiero?

Un colossale fraintendimento inquina l’unità nazionale contro il terrorismo proposta da Berlusconi e accolta dall’opposizione. E’ quello per cui il terrorismo sarebbe un soggetto anziché una forma di lotta. L’appello a fare tutti appunto fronte comune implica che il terrorismo sia come Annibale: un nemico in carne e ossa, con un suo esercito, una struttura gerarchica, un luogo geografico in cui risiede. Un modo al limite del fumettistico di concepire il terrorismo. Come se fosse la Spectre dei film di James Bond: un’organizzazione criminale, guidata da un personaggio diabolico in lotta contro la civiltà. Magari si potesse davvero pensare – oltre la propaganda americana – che il terrorismo coincida e si risolva con Al Qaeda mostruosa creatura generata dal sulfureo Bin Laden. Se fosse un soggetto circoscritto e identificabile, si potrebbe riuscire a batterlo. Il punto è che il terrorismo non assomiglia affatto ad Annibale, non coincide con un nemico specifico, ma è invece un modo di affrontare le situazioni di conflitto capillarmente diffuso in tutto il mondo con una presenza frantumata in una miriade di microstrutture, senza che sia possibile individuare alcuna "centrale" demolita la quale potrebbe dirsi sconfitto.

Confliggere con l’interpretazione univoca resta la forza dello sguardo filosofico nell’epoca della guerra infinitamente riprodotta, fin dentro l’opinione comune?

La parola conflitto genera un equivoco. Ci si appella a vaghi "valori condivisi" per pretendere l’azzeramento dei conflitti. Ciò nasconde la profonda convinzione che il conflitto rappresenti elemento negativo, fattore di disordine, agente di disgregazione. Vale ormai per l’economia, la società e perfino in politica. Al contrario, almeno la seconda parte del Novecento sta a dimostrarci come il conflitto politicamente disciplinato e finalizzato funziona come prima e fondamentale molla di trasformazione sociale. Gli stessi progressi realizzati dall’Occidente si rivelano, in larga misura, il risultato di una lunga conflittualità politica e sociale. Il paradosso è che, se nell’Occidente vi è un "valore condiviso", questo deve essere individuato nella capacità di assegnare ai conflitti "pacifici" il ruolo di motore dello sviluppo sociale. Chiedere o accettare di mettere fra parentesi controversie e differenze vuol dire privarsi dell’arma principale. Proprio nel momento in cui la diffusione del terrorismo come mezzo generalizzato di lotta politica esigerebbe di esser affrontata enfatizzando al massimo ciò che abbiamo saputo produrre: la razionalizzazione e il governo dei conflitti. Del resto, pace in Europa si traduce con significati opposti alla pacificazione delle diversità. E la stessa guerra, senza più leggi o vincoli, diventa solo l’obnubilamento della politica con altri mezzi.

postato da: cielinesodo alle ore settembre 24, 2004 21:45 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 24 settembre 2004

LIBERTA'

Un saggio situazionista pubblicato da PONTE ALLE GRAZIE

"Niente è sacro. Tutti hanno il diritto di esprimere e di professare a titolo personale qualsiasi opinione, qualsiasi ideologia, qualsiasi religione. Nessuna idea è inaccettabile, nemmeno la più aberrante, nemmeno la più odiosa. Nessuna idea, nessun discorso, nessun credo possono sottrarsi alla critica, all’irrisione, al ridicolo, all’umorismo, alla parodia, alla caricatura, alla contraffazione. «Lo ripeterò in tutte le maniere» scriveva già Georges Bataille, «il mondo è vivibile soltanto a condizione che nulla in esso sia rispettato». E il poeta Scutenaire: «Ci sono cose con cui non si scherza. Non abbastanza!»
Ciò che sacralizza uccide. L’esecrazione nasce dall’adorazione. Sacralizzati, il bambino è un tiranno, la donna un oggetto, la vita un’astrazione disincarnata."

Raoul Vaneigem




postato da: cielinesodo alle ore settembre 24, 2004 14:15 | Permalink | commenti
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giovedì, 23 settembre 2004

NOTTE

Solo. Finalmente senza affanni. Ancora per un'oretta. Poi anche questa giornata di lavoro si chiude. Mi rendo conto che non ho scritto praticamente nulla della vacanza fra Napoli e la "pastiera amalfitana" e già si profila un'altra micro-vacanza fra Genova e la riviera. Le fotografie digitalizzate si moltiplicheranno, ma (con non pochi singulti "tecnologici" e altrettante applicazioni con i manuali d'istruzione) per il momento le ho viste esclusivamente dallo schermo del televisore di casa. Non oso immaginare se e come proverò a spingerle qui dentro. Ieri mi sono arrabbattato a lungo con la copertina della Trilogia e l'icona di Agota: alla fine, c'è solo la prima nel post (per altro senza commenti....). Cioè, spero che si veda.

Fumando illegalmente con la finestra aperta per far entrare lo smog, penso a quanto poco mi è successo oggi. Ho visto mia sorella, che viene a farsi massaggiare e a "cazziarmi" politicamente. Ho ingollato tramezzini e pizzette con la consueta delegazione di colleghi. Il capo mi ha "convocato" in anticipo per un lavoretto concepito per "bilanciare" l'assalto furioso e scomposto del suo vice rentrato dalle ferie forzate. Ho eseguito. Poi mi sono dedicato alle telefonate personali. L'amico rimasto orfano di padre, che dalla voce tradiva più della stanchezza dichiarata. L'ex compagna di liceo incinta all'ottavo mese alle prese con gli altri quattro figli rientrati nelle rispettive scuole e asili, ma anche con un marito semestralmente disoccupato. L'uomo dello staff del leader nazionale di un partito d'opposizione che non sentivo dall'estate e che, forse, rivedrò fra una settimana. Il mio maestro di filosofia felice perchè stava festeggiando l'ingresso in ruolo fra i ricercatori universitari della figlia dopo 14 anni di precariato accademico. Il giovane scrittore operato alla gamba con l'inguine compromesso dal cambio di una ruota bucata dell'auto che mi ha fatto avere via e mail uno dei più esilaranti identikit (mezzo burocraticamente modulistico, mezzo da confessione di peccati di adolescenza). Il manager - ammesso che l'espressione abbia un senso... - di una band Under 25 che si sbatte per fissare il tou autunnale nel circuito dei centri sociali: ho "vinto" una raffica di file jpg dei ragazzi sul palco dei concerti estivi e l'incarico di contattare un paio di "riferimenti" nel movimento per perorare la causa.

Fondamentalmente, la differenza l'hanno fatta gli sms con la mia ragione di vita seduta dal parrucchiere di un'altra città. Il bacio nel parcheggio, dove mi ha accompagnato a recuperare il mio catorcio indispensabile a raggiungere la cena e poi il letto. La telefonata delle 22.30 che conferma un appuntamento domani intorno a mezzogiorno. Tanto basta.

postato da: cielinesodo alle ore settembre 23, 2004 23:41 | Permalink | commenti (2)
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giovedì, 23 settembre 2004

AFORISMA AL CAFFE'

Davanti alla macchinetta del caffè, variazione sul tema:

Il potere dà alla testa chi non ce l'ha (la testa...)

postato da: cielinesodo alle ore settembre 23, 2004 16:51 | Permalink | commenti
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mercoledì, 22 settembre 2004

AGOTA, UN MITO

INTERVISTA a beneficio dei lettori distratti

Agota Kristof è un personaggio assolutamente unico nel panorama della letteratura di quest'Europa reduce dalla guerra, dal muro e dai blocchi e non ancora approdata verso identità migliori. Nel limbo, c'è questa donna ungherese fuggita in Svizzera nel 1956 che impara il francese studiando con il figlio. Ha prodotto un capolavoro (La trilogia della città di K, Einaudi ormai anche tascabile) e poco altro sempre nello stesso catalogo. Per conoscerla un po' di più, ecco l'intervista - rarissima: a Venezia l'anno scorso aveva concesso pochissimo ai giornalisti... - pubblicata dall'Unità. Una volta di più, sorprendente...

Minuscola e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto, confessa che non scriverà mai più nulla di così interessante come i tre libri della Trilogia della città di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri (firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento): "Troppo melensa e poi l'attrice non era in grado di dare corpo al personaggio di Line", confessa di leggere pochissimo e di guardare molto la televisione: "prima amavo molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera".

Timori, crediamo, non d'ordine pubblico: a Neuchatel riesce difficile immaginarsi una delinquenza comune che rende le strade insicure le serate, come i suoi personaggi la Kristof ha altre antenne per sentire chissà quali, ben diverse paure.

Come ha cominciato a scrivere e cosa ha significato per lei il passaggio dalla sua lingua madre al francese?

Un mio personaggio, in Ieri dice che è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori. Devo dire che quest'affermazione vale anche per me. Fin dall'infanzia ho amato leggere e scrivere. Tutte le altre cose non avevano nessuna importanza, ma non volevo fare degli studi letterari, diventare un professore. No, non amavo quella strada: ho preferito andare a lavorare in una fabbrica. Lì potevo concentrarmi sulla scrittura, sui miei pensieri, vicino alla macchina che io usavo in fabbrica c'era un foglio su cui scrivevo i miei versi, ed era la cadenza delle macchine a darmi il ritmo di quella poesia. Allora scrivevo in ungherese. Poi ho scritto pochissimo per molti anni: avevo abbandonato il mio paese e stavo lasciando anche la mia lingua per il francese che non conoscevo bene e così mi esercitavo con dialoghi teatrali. Oggi quelle mie prime opere in francese mi sembrano quasi tutte orribili. Non tutte, qualcuna buona c'è. Erano gli anni Settanta.

E i tre libri della "Trilogia" come nascono?

Dopo le pièces teatrali cominciai a scrivere delle piccole novelle, volevo parlare della mia infanzia durante la guerra, vissuta con mio fratello maggiore. Scrivevo sempre delle scene corte, una o due pagine, poi queste scene, con il loro titolo, diventavano capitoli del mio romanzo. Quindi cambiai il mio nome e quello di mio fratello e trasformai i personaggi in due maschi e poi in due gemelli. Da quel momento non scrissi solo di cose da me vissute ma cominciai a immaginare altro. Lasciai l'autobiografia e riorganizzai quei capitoli per uno struttura romanzesca.

Come ha raggiunto questo stile essenziale, duro, secco?

All'inizio non era per niente così. Anche quando scrivevo in ungherese ero melliflua, romantica, troppo letteraria. Le mie prime cose in francese, quelle per il teatro, erano scritte in una lingua normale, quotidiana. Solo quando ho cominciato a scrivere i capitoli della prima parte della Trilogia ho cercato fortemente un nuovo linguaggio: dovevo rendere lo stile di un libro scritto da dei bambini (i due gemelli n.d.r.), anche se un po' speciali, molto intelligenti e autodidatti, che amano i dizionari com'eravamo io e mio fratello. Per la verità chi mi ha messo definitivamente sulla buona strada è stato mio figlio quando aveva dieci, dodici anni, io l'osservavo molto scrivere, studiavo il modo e il contenuto, e cercavo di apprendere quello stile, quel punto di vista. Il mio stile è figlio di mio figlio.

Lei sembra indicarci che solo attraverso il dolore possiamo avere un'opportunità di comprendere gli altri, il mondo...

Questo è vero, ma lo è solo per me. E' il mio modo di mettermi in contatto col mondo, ma non posso dire che questo sia valido per le altre persone.

Oggi come vive la separazione col suo paese, con quella lingua? Legge letteratura ungherese? Torna spesso in Ungheria?

Io non volevo lasciare il mio paese. Lo rimprovero sempre al mio ex marito: era lui che aveva paura dopo i fatti del '56, io non avevo nulla da temere, lavoravo in fabbrica e amavo scrivere. All'inizio non capivo cosa c'entravano per me la Svizzera, la lingua francese. E' stata una separazione difficile, soprattutto quella della mia lingua, ma non potevo continuare, come hanno fatto alcuni altri scrittori dell'Est. A scrivere in una lingua che non parlavo più quotidianamente. Non avrei avuto neppure lettori. E così scrivere in francese è stata una necessità oltre che una sfida. Mi dicevo: "come può accadere questo, io che sto scrivendo in una lingua che non è la mia". Era un po' un miracolo. Oggi mi capita di ritornare in Ungheria, ho pure il doppio passaporto, ma per brevi periodi, io vivo in Svizzera vicino ai miei figli. Tra gli scrittori ungheresi conosco bene e personalmente Imre Kertész, sono stata felice per il suo Nobel l'anno scorso. Sa, è stato per anni povero e senza successo.

 

postato da: cielinesodo alle ore settembre 22, 2004 17:54 | Permalink | commenti
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martedì, 21 settembre 2004

PSICOLOGIA CANINA

Fermata del bus davanti alla stazione. Manifesti di concerti sulla pensilina, insieme a quelli politici. Giusto a fianco degli orari, un avviso "privato". Non è la solita ricerca di una stanza. Nemmeno l'offerta di lavoro. Nè la vendita di auto/scooter/bici.

Smarrita cagnetta meticcia pelo corto, anziana e impaurita. Risponde al nome Charly. Telefonare a...

(e segue un elenco telefonico di numeri fissi e cellulari dai prefissi più vari).

Si impara molto della psicologia della comunicazione da questi avvisi. Si capisce abbastanza di chi li scrive. E si resta con una domanda radicalmente inquietante: come farà la cagnetta a sapere il suo nome?  

postato da: cielinesodo alle ore settembre 21, 2004 13:03 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 20 settembre 2004

SENZA PAROLE

Cazzo, ho cominciato alle 11. Cazzo, sto per finire ADESSO che sono ancora le 11 PM. Cazzo, mi sono fermato solo per toast & spremuta & caffè (alle 15.30, cazzo). Cazzo, ho fame di nuovo ma dovrebbe essere normale. Cazzo, sono circondato da stakanovisti del cazzeggio. Cazzo, mi sono guadagnato straordinariamente una settimana tutta così? Cazzo, non ho altro da aggiungere visto che gli occhi combaciano con le lenti. Cazzo, a domani.  

postato da: cielinesodo alle ore settembre 20, 2004 22:52 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 18 settembre 2004

RIPRESA IN SALITA

Giornata di lavoro, a testa bassa e senza soste. La ripresa dalle vacanze tutti gli altri l'hanno smaltita da mo'... Di conseguenza, stritolano le palle. Per me, invece, è durissima riabituarmi perfino al clima. Nella pausa, ho cercato di "rosolarmi" al sole nei tavolini in piazza. Ho socchiuso gli occhi e cercato di immaginarmi ancora a Napoli, Atrani, Positano, Castellamare. Purtroppo, non ha funzionato. Del resto, tutt'intorno la gente è radicalmente diversa: i rumori, le parole, i comportamenti sono inequivocabili. Cercherò di consolarmi domani (che non lavoro, per fortuna) rimirando gli scatti digitali fra un rombo di Valentino Rossi e un pomeriggio filosofico. L'idea della serata è di tornare finalmente al cinema...

PS: Sarà una bella impresa provare ad inserire qualche foto. Ammetto di essere abbastanza impedito su questo fronte informatico. 

postato da: cielinesodo alle ore settembre 18, 2004 20:44 | Permalink | commenti (1)
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