SUPERFLUI
Non è il problema dei peli. Però mi pare che sia una questione tutt'altro che marginale (e non sono certo un'economista...). Non so cosa ne uscirà. Ci provo lo stesso.
Ci sentiamo tutti, spesso e volentieri, indispensabili: senza di me, crolla il mondo e comunque perfino in questo piccolo mondo che è un ufficio sono il solo senza il quale nulla funziona come dovrebbe. O no? L'essere indispensabili appartiene allo stesso orizzonte dei bisogni, primari ed essenziali come anche indotti e superficiali. Forse, occorre deformare lo specchio e guardarci dentro. In fine dei conti, siamo anche superflui: meno di B è un fatto; eppure il nostro capo non ci considera molto più di un numero. E di certo abbiamo molti bisogni superflui. Come abbiamo forse smesso di pensare ricorrendo a questa categoria.
Tutto è cominciato in un bollente pranzo la settimana scorsa. Bollente la pasta (precotta) al salmone (poco) servita dal microonde. Bollente il locale fighetto con il mio amico gestore che si scusa per la smemoratezza della cameriera ma non per i 400°F dell'arredamento privo di airco. Così friggevo, sudavo, mangiavo di malavoglia e risudavo la birra incautamente ordinata. Non sopporto il caldo: per me, è indispensabile essere dentro il mare vero oppure adeguatamente condizionato alla sopravvivenza. Dal mio punto di vista, la temperatura non è superflua. E' decisiva. Lo ammetto: ho caldo anche a Natale e non sento freddo d'inverno. Quindi il pranzo bollente nel locale bollente si è trasformato in una mezza tortura. Anche se dall'altra parte del tavolo c'era la mia indispensabile ragione di vita con una sua amica-collega appena tornata da un anno di Africa.
Ci avviciniamo al punto. L'africana prima, durante e dopo il bollente pranzo dimostrava eloquentemente di essere fisicamente tornata in Italia, Europa, Occidente ma di non aver assolutamente smesso di comportarsi come ha giustamente imparato a fare in un anno di Africa vera, nera da mane a sera. In estrema sintesi, per lei era ancora superfluo tutto ciò che noi due grosso modo inserivamo nella casella dell'indispensabile. In Africa (credo: non ci sono mai stato, per la verità) l'aria condizionata, l'orologio, la pasta con il salmone, la mobilità autocentrata, la birra, la burocrazia universitaria, la carriera di potere sono superfluo. In Africa (mi pare di aver capito) respirare, arrivare a domani, mangiare qualcosa, uscire vivi, bere acqua, lavorare e mantenere (nel senso anche numerico: oggi tanti quanti ieri) la famiglia, coltivare gli affetti e inaffiare una speranza sono indispensabili.
Così mi sono ricordato di quando sono tornato da Cuba, la prima volta che ho "sbattuto" su L'Habana. Per giorni, per settimane guardavo la gente per strada e pensavo (non a voce alta) Siete delle merde. Insulti del tutto gratuiti, non superflui a chi mostrava un senso dell'indispensabile all'altezza delle scarpe di D'Alema o del sulky di Feltri. Mi ero talmente cubanizzato (e non mi riferisco alla politica, tanto meno a Fidel) da aver invertito la scala dei giudizi e dei pregiudizi. Non è stato semplice "riconvertirmi" all'Italia e dopo due anni sono tornato nella mia seconda casa al Vedado. Era appunto superfluo girare l'Europa. Mi era indispensabile tornare dai miei cubani, personalmente "adottati a distanza".Pensieri superflui?







