martedì, 21 agosto 2007

Decisamente, a questo punto

SI CHIUDE

Grazie a tutti. Davvero...

postato da: cielinesodo alle ore agosto 21, 2007 15:56 | Permalink | commenti
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giovedì, 21 giugno 2007

Ripasso solo per la "lista dei titoli" che mi è stata sollecitata, alla vigilia delle vacanze, con la scusa delle sottoscrizioni in libreria.

Personalmente, caldeggio Alicia Giménez-Bartlett (ho letto, per ora, Riti di morte che segna l'inizio del ciclo della strana coppia di detective) e per interposta "recensione" l'ultimo prodotto di Pino Roveredo.

Aspetto l'uscita del romanzo di Roberto Ferrucci, procedo con l'apprendimento di una storia scientificamente intrecciata di Blanche e Marie nella Parigi di inizio secolo. E sul comodino tengo i prossimi titoli: david madsen, amnesie di un viaggiatore involontario, meridiano zero; Miljenko Jergovic, le marlboro di sarajevo, libri scheiwiller;

Questo ha vinto un premio. E' talmente divagante che a tratti diventa puro umorismo. Va sulla scia di Paolo Nori con i morti di Reggio Emilia...

postato da: cielinesodo alle ore giugno 21, 2007 17:37 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 27 aprile 2007

Gerusalemme d’Europa garantiscono i depliant a beneficio dei turisti, che approdano nella vecchia città. E’ pur vero che a mezzogiorno, sulla collina del cimitero ebraico - con le lapidi scalfite dalle granate - si sentono i rintocchi della cattedrale cattolica echeggiare fin dentro il richiamo dei muezzin amplificato dalle cime dei minareti nel cielo sopra Sarajevo. Eppure la suggestione non cancella il ritorno prepotente dell’ammonimento di Enes Durakovič, ministro dell’educazione nel 1993: «Una cosa è sicura. Sarajevo non sarà mai uno zoo del multiculturalismo, dove gli europei verranno ad ammirare tutto quello che hanno contribuito a distruggere».

Oggi, forse, Sarajevo è una città aperta: per quanto alle prese con l’assedio delle missioni internazionali, ormai sempre meno militarizzate e più diplomaticamente votate all’economia. Una città non liberata dalle tante macerie; tuttavia libera di lasciarsi condizionare dalla bussola globale che centrifuga Est e Ovest. Una città futura, magari: capitale sopravvissuta all’ultima guerra del Novecento che rispolvera la mascotte vintage delle Olimpiadi 1984, quasi a voler rivendicare così la propria identità nella «nuova Europa» erede di quella implosa a Sarajevo, all’inizio come alla fine del secolo.

Il cuore di questa stranita, bizzarra, orgogliosa, ironica città sbatte sempre in riva allo stesso fiume Miljacka che riflette il disegno delle colline. Sarajevo però pulsa ormai sempre più fuori dalla vecchia sinagoga-museo e dalla chiesa serbo-ortodossa di san Michele Arcangelo, oltre le botteghe della Baščaršija o il saliscendi intorno alla fabbrica di birra, comunque al di là del simulacro della biblioteca nazionale (incenerire libri è sempre vezzo di spietatezza infame).

In quest’anomalo inverno arido di neve, Sarajevo si scopre davvero insieme al sole che invita ai tavolini dei locali in cui ancora si scandiscono abitudini ottomane, asburgiche, jugoslave o lounge. Città esposta: non teme gli sguardi smaliziati. Se mai, sono gli ospiti di Sarajevo a dover provare vergogna per l’indifferenza di ieri e la sufficienza di oggi. Città di frontiera: l’esodo dal tunnel fu infinita umiliazione; Sarajevo non architetta nulla di underground, perché vuol lasciarsi calpestare da chiunque sappia rispettarla com’è.

Così è sufficiente lasciarsi trasportare dai bus gialli donati dal Giappone oppure dalle vecchie carrozze cecoslovacche della linea 3 del tram (che qui corre fin dal 1884, record europeo a sud di Vienna). Quelle dei treni, invece, sono arrivate dalla Svezia: ha dimesso vent’anni fa i convogli che, due volte al giorno, collegano Sarajevo con Mostar. Ma c’è più gente in fila per un visto di Stoccolma che alle biglietterie delle Ferrovie bosniache.

A piedi, insieme alla marea di gente senza fretta, si attraversa meglio la città dei ponti firmati Goustave Eiffel o Renzo Piano. Sponde da collegare, fin dall’inizio della storia di Sarajevo. Tuttora le cicatrici della guerra sono incise nelle facciate dei palazzi. E’ la periferia a nasconderle meglio, sotto il maquillage dell’edilizia clonata buona per ipermercati, banche e uffici ad ogni latitudine.

Nella città vecchia balza agli occhi quanto promette l’adesivo appiccicato sopra la targa verde in Ulica Masala: You know, Sarajevo has something strange. E’ strano trovare la sede imbandierata della Federazione calcio della Bosnia Ervegovina dietro l’angolo del sarcofago dell’hotel Europa, rifugio da cecchini e mortai. E’ strano l’edificio perfettamente dipinto di ocra a fianco delle impalcature che letteralmente sorreggono l’Accademia delle belle arti, che fu la grande chiesa evangelica. Ma ancor più strano è scoprire che si tratta dell’ambasciata di Serbia.

Fa strano il parco macchine che sfreccia con «guida passionale» lungo Maršala Tita: è lo stesso che ingolfa le nostre città, Touareg compresi. Sarajevo rincorre la normalità anche con le sue Twin Towers in vetrocemento azzurro, a fianco dell’Holiday Inn occupato dall’esercito dei funzionari Ocse.

Diventa strano sentirsi più sicuri in mezzo ai musulmani, ai rom, agli “extracomunitari” che dentro l’occhio impotente della videosorveglianza di casa nostra. Stranamente, ci si abitua in fretta alle ragazze velate con più di un filo di mascara, il cellulare in tasca e lo zainetto griffato. Non è strano che al cinema diano l’ultimo Mel Gibson, nelle bancarelle si vendano gli stessi titoli piratati dell’ultimissima hit parade e le antenne paraboliche offrano bouquet con palinsesti identici agli altri televisori.

Banalmente, Sarajevo 2007 si rivela sorpresa e divertita da un’esplosione di primavera nel calendario fermo a febbraio. Del resto, basta un marco convertibile (50 cent di euro) a togliersi la voglia di dolce, a sorseggiare un caffè alla turca, a sfogliare Oslobodenje, a bersi una birra al City Pub. Gli anziani giocano a scacchi al parco, con tanto di tifo per gli sfidanti che muovono giganti pezzi di plastica. Le donne affollano mercati tradizionali, che ai margini lasciano spazio alle contadine con i prodotti dell’orto o alle regine del contrabbando di sigarette.

E’ strano soltanto non imbattersi nella generazione di mezzo, quella falcidiata all’inizio degli anni Novanta: i nati dal 1960 al 1975 circondano di lapidi il mausoleo di Alja Itzebegovič, ai piedi della fortezza austro-ungarica. Ma cimiteri grandi e piccoli (perfino sotto i cavalcavia), targhe e “monumenti” contrassegnano quasi ogni angolo di Sarajevo. Anche Ulica Gabrjiele Moreno Locatelli, dedicata al pacifista di Como il cui sangue «è entrato nelle crepe di questa storia» con un gesto di disarmata utopia a metà del ponte. Non è strano, a Sarajevo, tornare a interrogarsi sulla beatitudine della pace…

E’ forse la stessa di chi adesso stantuffa sui rollerblade, pedala sulla Mtb, suda sulle Nike da jogging, perfeziona il free climbing. Lungo il “percorso vita”, appena al di là della chiusa idraulica, il fiume alimenta anche due piscine. Luogo di passaggio e passeggio in libertà. Tant’è che anche la scorta di un qualche Vip abbozza un mezzo sorriso, fra una signora che trascina verso casa la legna e la coppia con mastino napoletano e volpino al guinzaglio. Il viale è contrassegnato dalle panchine personalizzate con i nomi degli ambasciatori: l’Italia è rappresentata da Saba D’Elia fin dal 2002. La geopolitica si capisce anche dai nomi incisi a lettere d’oro.

Non serve l’interprete per afferrare il significato delle proteste davanti al parlamento federale. Ci sono le tende degli agricoltori accampati da 600 e passa giorni in difesa dei «prodotti tipici» cancellati dai grandi marchi. Questione di pura sopravvivenza per chi coltiva, alleva e trasforma con il metodo della natura. In un altro angolo, sotto la pioggia, lo striscione e i cartelli di Banja Luka: ogni settimana si replica la manifestazione dei truffati dalle banche slovene. Gente che ha versato risparmi in contanti: volatilizzati per l’effetto delle conversioni monetarie. Denaro che è finito all’estero, trasformato in euro sonanti. Contadini e truffati testimoniano, almeno, ottime ragioni per diffidare del «libero» mercato ad una dimensione.

Sarajevo si difende dall’omologazione. A modo suo, strenuamente. E con la stranezza di vecchi simboli, che tornano buoni perfino per la sua generazione X. Piccole stelle rosse spuntano da borse, cappellini, felpe e tatuaggi. Come più di una kefiah al collo dei ragazzi che frequentano licei e madrasse. Solo piccoli dettagli? Ma la nostalgia di futuro e il bisogno di memoria si abbinano in luoghi-chiave della città. E sempre con l’ombra lunga di Oriente e Occidente proiettati nella stretta attualità. E’ così con il fuoco perpetuo e rosso vivo del monumento ai partigiani liberatori di Sarajevo alla fine della seconda guerra mondiale. Ma nell’angolo opposto brilla con il neon la vetrata propagandistica del centro culturale dell’ambasciata islamica dell’Iran.

La storia si ripete con la statua bronzea di Tito a metà del viale dell’università: non mancano i fiori freschi della Bosnia federata ad un po’ di rimpianto. All’interno, però, le strutture didattiche sono austriache e i grants ai dottorandi arrivano da Londra e dagli States. Le foto tessera degli studenti fanno da cornice al nuovo anno accademico di Scienze della comunicazione: grazie ad Internet ci si forma on line anche a Sarajevo; nell’atrio campeggia uno scatto d’epoca con tanto di didascalia che informa come i «fascisti cetnici» bombardarono le facoltà.

E’ un Ateneo più strano degli altri. A Sarajevo, si può fumare: nei corridoi e magari perfino in aula. Vige una gerarchia dei ruoli impeccabile, quanto la cronometrica diffidenza per i visitatori. Il campetto in cemento con i tabelloni ma senza canestri torna più che utile come parcheggio. E dall’altra parte del filo spinato si legge ancora distintamente la scritta dei militari italiani: ordina «Rifornimento a motore spento».

Al ritorno, è l’arte di Sarajevo che carbura meglio la sfida ad immaginare senza rimuovere. Resta da sfogliare il catalogo della mostra collettiva PRERAĐENO al Collegium Artisticum: cartoncino legato con lo spago e 40 pagine patinate. Con la parodia MisterCard di Kurt&Plasto, la provocatoria foto «Bosnian Girl» di Šejla Kamerič, il poster di Trio con i cinque cerchi olimpici di filo spinato, il vestito toponomastico di Maja Bajević o il gioco da tavolo «ImageNATION» di Andrei Đerković. Nella galleria espositiva, c’è la saletta riservata alla proiezione di un video: una sorta di mini clip, un sintetico musical bosniaco in cui si domanda conto (in inglese) nell’alto dei cieli per la negata appartenenza all’ Europa, in quanto muslim. Che strano: Sarajevo non è più vicina a Bruxelles rispetto a Istanbul?






postato da: cielinesodo alle ore aprile 27, 2007 16:58 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 17 aprile 2007
Due debutti che lasciano il segno, come il thriller di un giovane autore. Una storia a fumetti e l’ultimo prodotto di un narratore consolidato. Libri “freschi”, coraggiosi, compiuti che meritano attenzione.

Chi ha partecipato con entusiasmo al tam tam sotterraneo che ha “scoperto” Agota Kristof ne risentirà l’eco inconfondibile nella prima prova di Rosella Postorino: La stanza di sopra (Neri Pozza, pagine 197, euro 15). Debutta con una scrittura scarna, ponderata, tagliente e ossessionata. Funzionale alla storia di una ragazzina alle prese con il fantasma vivente del padre e il simulacro doloroso della madre. Ma anche con l’intreccio inevitabile di affetti differiti: dalla compagna di scuola alle compagnie di coetanei ribelli per noia. Fino al finale declinato fra l’amore fisicamente squilibrato ed emotivamente familiare. Un debutto da non perdere, davvero.

L’altro è giocato sulla metafora del tempo. Andrea Ferrari è un dirigente d’azienda che riproduce la chiave della bilancia della vita in Passaggi di tempo (Fazi, pagine 125, euro 14,50). Un notaio soffre di insonnia: non gli basta sfogliare la memoria. Così “contrattualizza” i ricordi di Philippe, che ha la vita in scadenza a causa di una sindrome dal nome tedesco. Sono nella coloniale città di L. scenario ideale per altri capitoli paralleli con la figlia lontana, marinai innamorati, donne e una strana loggia fondata sull’anagrafe. Trama essenziale quanto ben congeniata.

Con l’architettura del “giallo” si cimenta, invece, un 35enne bolognese che si è affacciato al Festival di Mantova sull’onda del primo libro. Patrick Fogli con L’ultima estate di innocenza (Piemme, pagine 572, euro 16,90) sembra giocare a tennis con la sceneggiatura, da ingegnere elettronico che non sa rinunciare ai fuori programma delle esistenze irriducibili ad uno schermo piatto. Fa caldo a Bologna e Rimini, ma c’è anche il sangue dell’Iraq. Ancora: delitti a sangue freddo e misteri della tecnologia. Bambini violati e adulti orfani. Il solito poliziotto stile Pepe Carvalho, supportato da agenti sulla scia di quelli inaugurati da Lucarelli, fuma un indizio alla volta e consuma le notti dentro un puzzle sempre più inquietante. Parallelamente un fotografo si ritrova l’IPod con immagini scottanti. E c’è una ragazzina ridotta al silenzio da una brutta avventura. L’altra faccia dello specchio è il professionista che si risveglia inconsapevole da sei mesi di coma per un incidente. Alla fine, la bussola che gira fra questi quattro punti cardinali del thriller ferma l’ago sulla sorpresa mozzafiato.

E’ del tutto nota, al contrario, la vicenda storica della miniera esplosa in Belgio l’8 agosto 1956. Eppure fa effetto rileggerla in un sorprendente volume della collana da collezione, che il piccolo e giovane editore di Levada di Ponte di Piave ha “disegnato” per non dimenticare: il terremoto del Friuli, Chernobyl, la strage di Bologna e il sequestro Moro sono gli altri titoli. La coppia friulana Igor Mavric e Davide Pascutti “riscatta” l’emigrazione italiana in Marcinelle storie di minatori (BeccoGiallo, pagine 125, euro 14) che vanta la prefazione di Sergio Cofferati. Definirlo un libro a fumetti sarebbe più che sgarbato addirittura stupido. Sono disegni che emozionano, tavole che parlano, pagine che costringono a riflettere. Un vero e proprio antidoto al futuro che avanza sradicando memorie, rottamando cimiteri o rimuovendo “musi neri” perfettamente veneti.

Infine, un po’ di leggerezza. Grazie a Gianluca Morozzi che torna con L’abisso (Fernandel, pagine 184, euro 13). Dispiega in venti capitoli e un conto alla rovescia la trappola in cui s’è cacciato, da solo, Gabriele. Era un bimbo prodigio. E’ sempre l’orgoglio della vecchia mamma vedova. Ma da studente universitario fuorisede si è concesso un piccolo gioco di prestigio con la sequenza degli esami sul libretto. Apparentemente, impeccabile e degna di una laurea a pieni voti. In realtà, completamente falsificato. Gabriele è davvero spalle al muro, senza via d’uscita, con l’orologio che scandisce il tempo della verità e la birra che non aiuta a vederci chiaro. E’ così che Morozzi squarcia il piccolo mondo dei ragazzi d’oggi, che s’inventano di tutto pur di evitare di crescere davvero. Una lettura che, per i genitori, fa lo stesso effetto di un video che rimbalza dal cellulare in rete…


postato da: cielinesodo alle ore aprile 17, 2007 17:16 | Permalink | commenti (5)
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lunedì, 09 aprile 2007
Ho sempre meno da scrivere. Non è che davvero sia molto meglio così?
postato da: cielinesodo alle ore aprile 09, 2007 20:43 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 24 marzo 2007

Mi sono preso una (lunga) pausa, ma non sono...morto. Mi sono dato tempo, ma non è detto che ne abbia in futuro per postare. La tara del blog la fate come meglio vi pare..

Intanto, segnalibri:

ROSELLA PASTORINO, La stanza di sopra, Neri Pozza

PATRICK FOGLI, 35 anni, Bologna: ci vive ancora, in una casa piena di film e libri che prima o poi finiranno per sfrattarlo. Finché le articolazioni delle ginocchia hanno retto, ha giocato a tennis tra la serie B e la C. Poi si è laureato in ingegneria elettronica e ha cominciato a lavorare sul serio. Ha un’insana passione per la cioccolata fondente, i blog, il Milan, Bruce Springsteen e gli U2; Pete Sampras e Stefi Graf, il Mac e i pochi cari amici che riescono ancora a sopportarlo. Divide la sua giornata tra la realizzazione di software gestionali, siti web e la scrittura. Facendo il possibile per non confondere le cose. Ha esordito con Lentamente prima di morire (Piemme, 2006). L'ultimo prodotto è in libreria.

Una casa editrice piccola e coraggiosa (BECCOGIALLO), un autore di fumetti funambolico DAVIDE PASCUTTI (Udine, 1973) , la storia di Marcinelle: qui

E naturalmente è in bella evidenza sul comodino l'ultimo prodotto WU MING che ha un sito da sfogliare 

postato da: cielinesodo alle ore marzo 24, 2007 16:00 | Permalink | commenti
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domenica, 04 febbraio 2007

Mi sono preso una (lunga) pausa. Il lavoro stritola le giornate. Gli impegni strutturali limitano la libertà. Gli imprevisti pesano, non soltanto sul sonno. La vita dell'ultimo mese non è stata facile.

Comunque, sono ancora davanti allo stesso videotermimale. E provo a scartare di lato, rispetto al binario morto imposto da capi e capetti. Non scriverò nulla di clamoroso ed eccezionale, ma almeno aggiorno questo spazietto di autonomia di pensiero.

Tanto per cominciare, la (quasi) certa mèta del prossimo viaggio: qui Un'idea che mi frulla in testa da anni, decisamente migliore rispetto al mare d'inverno mord-e-fuggi. La pianificazione preliminare consta, per il momento, della city map formato taschino donata da un collega che c'era stato in altri e migliori tempi e delle indicazioni per il supporto logistico ricavate da un "giro" di volontari, amministratori, militanti e donne che hanno fatto la spola nell'ultimo decennio.

Poi c'è il libro sul comodino: questo

E almeno la segnalazione dell'ultimo film (ultimo? il primo del 2007...) visto: IL GRANDE CAPO perfetto per dove sono adesso

 

postato da: cielinesodo alle ore febbraio 04, 2007 20:48 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 16 gennaio 2007

AUSTRALIA: AUTO SOLARE BATTE RECORD PERTH-SYDNEY
4.000 KM IN 5 GIORNI. STESSA POTENZA DI UN ASCIUGACAPELLI

La notizia arriva da Sydney. Vale la...candela


Una piccola automobile dalla  potenza pari ad un asciugacapelli ha segnato il nuovo record mondiale per l'auto solare più veloce lungo la strada da Perth a Sydney, da un estremo all'altro dell'Australia. Il futuristico veicolo costruito e guidato da docenti e studenti dell'Università del Nuovo Galles del sud a Sydney, che è all'avanguardia mondiale nell'efficienza dei pannelli solari, è giunto ieri pomeriggio presso l'Opera House di Sydney, dopo aver percorso poco più di 4.000 km in cinque giorni.
   Il Jaycar Sunswift III, dall'aspetto di una grossa busta postale su ruote, usa appena 1,8 chilowatt di energia ed ha quasi dimezzato il primato precedente di 8 giorni e mezzo, stabilito nel 1994 dall'auto australiana Aurora. Il nuovo record sarà omologato dall'International Solar Federation.
   Con una velocità di crociera fra 70 e 90 km/ora, la Sunswift III ha usato per l'epica traversata solo l'energia solare, catturata da 11 mq di pannelli montati sopra il veicolo. Costruita tre anni fa, ha un'efficienza di motore del 95%, una velocità massima di 140 km/ora, spazio ristretto per due persone ed un peso di appena 220 kg.
   L'auto non ha trasmissione, né fari, e le quattro ruote sono le sole parti mobili del veicolo. Un computer a bordo controlla un sistema di navigazione satellitare che sonda il terreno e calcola la quantità di energia necessaria di volta in volta, in particolare nelle salite.
   Stappando champagne con la squadra davanti all'Opera House, il leader del progetto Yael Augarten ha detto che la traversata è stata relativamente senza inconvenienti. La difficoltà maggiore, ha detto, era di doversi alzare prestissimo ogni mattina. Nonostante il chiaro messaggio a favore dell'efficienza energetica, Augarten ammette che il modello non si presta all'uso pubblico, date le scomodissime condizioni di guida. "Si guida distesi in posizione quasi orizzontale, con appena la testa che emerge dal tettuccio. I freni si azionano con un piede e l'acceleratore con un pollice. Lo spazio è angusto, non vi è climatizzazione e la temperatura è di circa 10 gradi superiore all'aria esterna. Quando si attraversava il deserto la temperatura in cabina arrivava a 50 gradi".

postato da: cielinesodo alle ore gennaio 16, 2007 16:00 | Permalink | commenti
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giovedì, 04 gennaio 2007

Una specie di biografia romanzata, una storia che si intreccia con Q, un volume di oltre 500 pagine. Jan da Leida ritorna da protagonista assoluto: Kristus

La terra della mia anima basta e avanza Massimo Carlotto

Un debutto che merita attenzione: Gli impietriti racconta un ragazzino alle prese con il mondo che lascia di sasso.

E un libretto più denso di tanti libroni: Palermo, la mafia, un biondino alle prime armi con la "nera". Nostra signora della necessità

Non è una novità, anzi. Ma è quello che ho appena cominciato a leggere: Churmo

Fatta la "cinquina d'inverno", aspetto che arrivi mezzanotte per spegnere il Pc e avviarmi verso una cena di latte & fette biscottate in solitudine. Per fortuna, 'ste feste sono quasi al tramonto insieme a pranzi e/o cene che mettono a dura prova il mio povero stomaco. Sarebbe ora di cominciare a pensare seriamente dove si va in vacanza a febbraio, no?

postato da: cielinesodo alle ore gennaio 04, 2007 23:31 | Permalink | commenti (3)
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sabato, 30 dicembre 2006

L'anno si chiude male per chi è convinto di ragioni civilmente essenziali.

Perfettamente inutile aggiungere altro...

L'anno si chiude anche davanti allo stesso schermo in cui era cominciato, mentre si profila un San Silvestro di sonno in solitudine. Sarà un segno dei tempi?

I mille oroscopi possibili e immaginabili di questi giorni non promettono nulla di buono.

 

postato da: cielinesodo alle ore dicembre 30, 2006 16:01 | Permalink | commenti
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